Sì, no, forse

Premessa: so perfettamente cosa voterò al referendum di novembre, anche se ovviamente non lo dirò in pubblico. Eppure, non mi viene mai così tanta voglia di votare no come quando sento parlare gli esponenti del sì, né mi viene mai così tanta voglia di votare sì come quando sento parlare gli esponenti del no.

Allargando il discorso, questo fastidio si può configurare come l’ennesimo sintomo di una frattura sempre più netta tra il popolo impegnato a far quadrare i propri conti e una politica interessata a questioni che, seppure importanti, non appaiono che freddi tecnicismi. E, non a caso, l’unico argomento che sembra far drizzare un minimo le antenne è il conflitto tra la possibilità di sbarazzarsi dell’ennesimo Premier mai eletto e l’eventualità di prolungare il suo mandato a Palazzo Chigi.

Per il resto, l’economia è quello che è (da anni), il lavoro lo trovano solo gli immigrati, la crisi dei profughi si acuisce ogni giorno di più (tanto da aver scatenato i radical-chic di Capalbio, che “l’immigrazione sì, ma mica dove sto in vacanza io”), e l’Isis continua a minacciare l’invio di terroristi attraverso i barconi.

Ma noi ci consoliamo col buonismo e l’accoglienza e il dialogo e con un membro del Governo (sic!) che si gloria di un centinaio di espulsioni fingendo di ignorare che, se davvero volessero colpire l’Italia, i kamikaze non farebbero poi chissà quale fatica: il tutto mentre il Parlamento, paralizzato da una campagna elettorale destinata a durare 5-6 mesi, discute di provvedimenti essenziali come le droghe libere.

Sempre più complimenti a tutti.

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