Felice anno nuovo a tutti!!!

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Da un post su Fb di una grande donna, che ho l’onore di poter considerare mia amica.

“Vi auguro di avere sempre il coraggio di guardare negli occhi la persona che amate, di essere abbracciati ogni volta che siete tristi, di essere chiamati Amore da chi non vi stufereste mai di chiamare Amore, di essere scelti tra la folla perché i vostri occhi hanno urlato e qualcuno li ha sentiti. Vi auguro di poter dire a qualcuno ‘a domani’ ogni sera, di non tuffarvi mai nel passato e annegarci, di non abituarvi mai alle persone che amate. Vi auguro di non arrivare mai a pensare ‘non ne vale la pena’, perché ogni sogno, ogni sorriso, ogni amore se è vostro, ne vale. E vi auguro di non aspettare il Capodanno per tutto questo”.
( Il Cappellaio Matto)

Al comando dei computer della mente – Un mese senza Jerry Fodor

Si dice che un individuo raggiunga davvero il successo quando il suo cognome diventa un aggettivo. Nell’ambito delle scienze cognitive e della filosofia della mente – campi recenti e in costante evoluzione -, non sono in molti a potersi fregiare di tale onore: uno di questi era Jerry Fodor.

Jerry Fodor

È già passato un mese da quel 29 novembre in cui una malattia lunga e spietata ha avuto la meglio su una delle menti più brillanti del XX secolo. Nato a New York nel 1935, Fodor è stato uno dei padri delle scienze cognitive assieme a Noam Chomsky, suo collega e amico. Filosofo di formazione, estese i suoi studi a vari settori disciplinari, cogliendo con occhio acutissimo soluzioni fino ad allora a stento immaginate: due, in particolare, costituiscono la sua eredità.

La prima è il “linguaggio del pensiero”, o mentalese. Questa teoria, esposta per la prima volta nell’omonimo volume del 1975, postula che il pensiero abbia una natura composizionale: ovvero, che concetti semplici possano essere combinati secondo regole simili a quelle sintattiche, per generare gli “stati mentali” alla base del nostro comportamento.

Tale ipotesi è legata a una metafora molto nota nelle scienze cognitive – quella della mente come computer: secondo Fodor, infatti, l’elaborazione dei simboli del mentalese sarebbe molto simile all’esecuzione di un software – di cui il cervello costituirebbe l’hardware. Non a caso, la concezione fodoriana è anche nota come “Teoria Computazional-Rappresentazionale della Mente”.

Come si può notare, siamo di fronte a una possibile architettura della mente: e proprio a quest’ambito appartiene quello che probabilmente è il più importante contributo di Fodor alle scienze cognitive. La modularità della mente.

Secondo quest’ipotesi, originariamente formulata nell’omonima monografia del 1983, la mente (o almeno, una parte di essa) sarebbe composta da una serie di strutture neurali, chiamate appunto moduli, ognuno dei quali è specializzato nell’elaborazione di una determinata classe di input e agisce in modo del tutto indipendente dagli altri moduli: per usare la terminologia fodoriana, essi sono caratterizzati da specificità per dominio e incapsulamento informativo.

In favore di quest’ultima proprietà, vengono spesso chiamate in causa illusioni ottiche come quella di Müller-Lyer, in cui due linee identiche vengono percepite di lunghezza differente anche quando si è del tutto consapevoli delle loro reali dimensioni: il modulo della visione, infatti, sarebbe del tutto autonomo rispetto al sistema che fissa le nostre credenze.

Illusione di Muller-Lyer

Per Fodor, sono modulari solamente alcuni sistemi cognitivi, per lo più relativi all’elaborazione sensoriale: ma non la cognizione centrale, responsabile di funzioni quali il ragionamento o la presa di decisione, che verrebbero elaborate in maniera globale.

Entrambi i punti sono controversi, tanto che psicologi evoluzionisti come John Tooby e Leda Cosmides hanno ipotizzato che la mente sia, in realtà, interamente modulare; e un filosofo come Daniel Dennett ha argomentato che l’idea di un elaboratore centrale si espone alla cosiddetta “fallacia dell’homunculus”: l’idea che nella nostra mente agisca un uomo in miniatura, nella cui mente, però, dovrebbe allora annidarsi un altro homunculus – e così via ad infinitum.

Steven Pinker, nel 1997, ha trattato l’argomento di una mente interamente modulare in un libro chiamato “How the Mind Works” (Come funziona la mente): e Fodor, tre anni dopo, gli ha opposto una replica memorabile in un testo intitolato “The Mind Doesn’t Work That Way” (La mente non funziona così).

Poiché aveva anche il dono dell’ironia, Fodor – e forse gli era necessario per stemperare la sua celebre vis polemica. “La sua rapidità mentale”, ha scritto di lui il filosofo inglese Colin McGinn, “la sua inventiva, la sua arguzia tagliente sono qualcosa in cui non bisognerebbe restare incastrati prima del caffè del mattino”.

La stessa arguzia che portò Fodor a ribattere a tono anche a chi lo criticava per la tesi dell’elaboratore centrale: “Se c’è una comunità di computer che vive nella mia testa” ebbe a rilevare, “sarà meglio che ci sia qualcuno al comando: e sarà meglio che si tratti di me”.

Come va?

Cheope

Cheope: A me basta un posticino al sole…

*Cheope, ellenizzazione di Khufu, è stato un Faraone egizio della IV dinastia, vissuto nel XXVI secolo a.C. La maggior parte delle notizie sulla sua vita proviene da documenti redatti in epoche molto posteriori rispetto al suo regno, di cui non si conosce neppure l’esatta durata: si va infatti dai 23 anni suggeriti dal Canone Reale (ritenuto la fonte più attendibile, benché risalga alla XIX dinastia, circa 1300 anni dopo Cheope), ai 63 prospettati dallo storico di età ellenistica Manetone.

Cheope fu il costruttore della Grande Piramide di Giza, la più antica delle Sette Meraviglie del Mondo Antico. Alcuni studiosi affermano che anche la Sfinge raffiguri il suo volto: in questo caso, però, l’archeologia ufficiale è più propensa ad attribuire la testa della statua a un altro Faraone, Chefren, che forse fu figlio dello stesso Cheope.

Come va?

Mosè

Mosè: Facendo le corna…

*Mosè è stato un profeta israelita, per gli Ebrei il più grande mai esistito. La sua nascita si colloca tradizionalmente nel XIII secolo a.C., in Egitto. I testi biblici raccontano che, in quell’epoca, il Faraone, per evitare l’eccessiva proliferazione degli Israeliti (che stavano diventando troppo numerosi), aveva ordinato di uccidere i neonati maschi degli Ebrei: allora, la madre di Mosè (che aveva già due figli, Miriam e Aronne) nascose il piccolo in una cesta e lo affidò alla corrente del Nilo nella speranza di salvarlo. Casualmente, la cesta venne trovata dalla figlia del Faraone che, commossa dal pianto del bambino, decise di accoglierlo, e gli impose il nome Mosè, che significherebbe “salvato dalle acque” (l’etimologia, però, è controversa).

Mosè crebbe dunque alla corte egizia, assieme al figlio del Faraone, normalmente identificato in Ramses II. Una volta adulto, Mosè si recò al cantiere degli Israeliti dove, per difendere uno schiavo, uccise il sorvegliante egizio che lo stava percuotendo. Ricercato dal Faraone, Mosè fuggì nelle terre di Madian, dove prese in moglie Zippora (o Sefora), che gli diede due maschi: Gherson ed Eliezer.

Un giorno, Dio apparve a Mosè sotto forma di roveto che ardeva ma non si consumava, per annunciare che aveva deciso di liberare gli schiavi ebrei e aveva scelto lui, Mosè, come Sua voce – e guida degli Israeliti verso la Terra Promessa. Mosè non si sentiva all’altezza del compito, anche perché aveva un difetto di pronuncia, così Dio gli affiancò il fratello maggiore Aronne, che era un abile oratore.

Mose si recò quindi dal Faraone (ora, tradizionalmente, Ramses II), che però rifiutò di lasciar partire gli Israeliti. L’Egitto venne allora colpito da dieci piaghe, tra cui l’ultima era la morte di tutti i primogeniti egiziani: a quel punto, il Faraone si risolse a liberare gli Ebrei, che da allora commemorano quel giorno attraverso la festa della Pesah – la Pasqua. Il Faraone, però, si pentì di aver affrancato gli schiavi e, alla testa di seicento carri da guerra, raggiunse gli Israeliti presso il Mare di Giunco (tradizionalmente, ma forse erroneamente, identificato con il Mar Rosso): Mosè allora stese il suo bastone, e le acque del mare si divisero, permettendo agli Ebrei di giungere alla riva opposta. A quel punto, le acque tornarono a unirsi, sommergendo gli Egizi che inseguivano gli Israeliti sui loro carri: non vi fu alcun superstite.

Gli Ebrei giunsero quindi alle pendici del monte Sinai, dove Mosè, salito in cima alla montagna, ricevette da Dio le Tavole della Legge, contenenti i Dieci Comandamenti, che sarebbero dovute essere conservate nell’Arca dell’Alleanza. Mosè restò sul monte per quaranta giorni e quaranta notti, ma gli Israeliti, credendolo morto, chiesero ad Aronne di poter costruire un vitello d’oro che li guidasse verso la Terra Promessa. Aronne non riuscì ad opporsi, e per questo motivo fu condannato a non vedere mai la Terra Promessa. Quando Mosè scese dal monte, distrusse l’idolo, e ordinò a coloro che gli erano rimasti fedele di uccidere gli empi. Questa fu solo la prima di una serie di ribellioni, a causa delle quali il popolo di Israele fu condannato a vagare per quarant’anni nel deserto prima di poter entrare nella Terra Promessa.

Gli Ebrei dovettero affrontare svariate guerre contro numerosi nemici: tali guerre vennero condotte da Giosuè, il futuro successore di Mosè, mentre questi seguiva i combattimenti dall’alto. Ogni volta che il profeta teneva il proprio bastone alzato verso il cielo, gli Israeliti vincevano.

Gli Ebrei dovettero inoltre affrontare varie prove, soprattutto la fame e la sete. Quando finirono le provviste, Mosè pregò Dio, che inviò degli stormi di quaglie per sfamare il Suo popolo. Inoltre, al mattino gli Israeliti trovarono nel loro campo piccoli chicchi di una sostanza resinosa dal sapore di una focaccia al miele. “Man hu?” si chiesero. Ovvero: “Che cos’è?” Da allora, questa sostanza è nota come “manna”. Quando invece furono le riserve d’acqua a scarseggiare, Dio ordinò a Mosè di salire su un monte e parlare alla roccia: ma Mosè, furioso con il suo popolo che continuava a dubitare di Dio, colpì la roccia col suo bastone. L’acqua sgorgò dalla roccia, permettendo agli Ebrei di dissetarsi: ma Mosè fu punito per la sua disobbedienza. Avrebbe potuto vedere la Terra Promessa, ma non vi sarebbe potuto entrare. Morì infatti sul monte Nebo, nel paese di Moab, dopo aver potuto vedere la schiena di Dio.

L’iconografia tradizionale raffigura Mosè con in testa un paio di corna. Probabilmente, ciò si deve a un’errata interpretazione dell’originale del testo dell’Esodo. Nell’ebraico scritto non vengono inserite le vocali, il che può variare il significato e l’interpretazione delle parole. Nel caso in questione, il termine incriminato è il verbo qrn. Il passo biblico riferisce che Mosè, dopo aver ricevuto i Dieci Comandamenti, ignorava che la sua pelle era raggiante (qaran). Quando però San Girolamo tradusse la Bibbia ebraica nella Vulgata latina, optò per la dizione “ignorava che la sua faccia era cornuta” (qeren). In effetti, a volte il viso di Mosè è stato raffigurato con due fasci di luce che, a mo’ di corna, partono dalla sommità del capo, onde unire le due interpretazioni.

Come va?

Onan: Mi accontento.

*Onan è un personaggio biblico, figlio di Giuda e nipote del patriarca Giacobbe. La Genesi racconta che sposò la vedova di suo fratello in base alla legge del levirato, secondo cui, se un uomo sposato moriva senza figli, il suo parente più prossimo avrebbe dovuto prendere in moglie la vedova. Tuttavia, poiché la legge stabiliva anche che il loro primogenito sarebbe stato legalmente figlio del defunto, Onan rifiutò di procreare ricorrendo a un metodo anticoncezionale (da cui il termine “onanismo”): per questo motivo, Dio lo punì con la morte.

Come va?

Noè

Noè: Guardi che mare…

*Noè è stato un patriarca biblico, che Dio volle salvare dal Diluvio Universale in forza della sua rettitudine. La Genesi racconta che Dio chiese a Noè, che allora aveva 600 anni, di costruire un’Arca sulla quale avrebbe dovuto mettere in salvo tutte le specie animali. Una volta terminato il Diluvio, il patriarca sarebbe divenuto il capostipite di una nuova umanità, grazie alla discendenza assicurata dai suoi figli Sem, Cam e Iafet e dalle loro rispettive mogli: segno della rinnovata alleanza tra Dio e gli uomini fu uno sfolgorante arcobaleno. Noè sarebbe poi morto all’età di 950 anni.

La storia del Diluvio è presente in molte culture antiche, anche molto diverse tra loro: per esempio, i Greci ne parlano in relazione al racconto di Deucalione e Pirra, mentre nella mitologia babilonese è l’Epopea di Gilgamesh a riferirsi al catastrofico evento, citando Utnapištim come l’unico essere umano che sarebbe sopravvissuto al Diluvio. Proprio la grande diffusione di questo mito ha suggerito che il Diluvio possa avere un fondamento di verità, anche se probabilmente la tradizione orale ingigantì il racconto prima che venisse fissato attraverso il codice scritto.

Come va?

Geremia

Geremia: Sapesse! Ora le dico…

*Geremia (VII-VI sec. a.C.) è stato un profeta biblico, vissuto negli ultimi anni del Regno di Giuda, che all’inizio del VI secolo a.C. venne conquistato dai Babilonesi guidati da Re Nabucodonosor II. Geremia aveva accusato gli Israeliti di aver tradito l’alleanza con Dio, e li aveva esortati a seguirNe nuovamente i precetti e la volontà: ma il suo messaggio, fortemente impopolare (soprattutto se confrontato con le promesse di prosperità di alcuni falsi profeti), gli attirò l’avversione dei suoi contemporanei, che giunsero a cospirare per ucciderlo – senza riuscirvi.

Personaggio drammatico, grande poeta, Geremia è considerato l’autore del testo biblico che porta il suo nome, nonché del Libro delle Lamentazioni. La prima opera, molto difficile, alterna versi e prosa, oracoli e narrazioni, ed è caratterizzata da frequenti cambi di contesto e perfino di soggetto. Il Libro delle Lamentazioni raccoglie invece una serie di inni poetici che descrivono il profondo dolore per l’assedio e la distruzione di Gerusalemme (587 a.C.), la confusione, la miseria, la fame.

I due testi insistono sull’idea della punizione divina scatenata dai peccati degli Israeliti: il castigo, però, non è fine a se stesso, ma mira a far tornare il popolo ebraico alla fedeltà all’Alleanza, che si compirà definitivamente nella Gerusalemme Celeste.