Ai miei compagni di teatro. Semplicemente, grazie!

thenking-selezione-ph-val-min-215881203018.jpgimg-20181028-wa0016392547179.jpg

Poco più di un anno di teatro. Tempo di bilanci. Okay, sono in ritardo di un mese, ma è anche vero che di solito non tratto argomenti (così) personali su questo blog. E, soprattutto, dovevo lasciar decantare le emozioni.

Otto date di The King, la nostra versione de Il Re Leone, tra lo spettacolo “originale” di aprile e la replica dello scorso ottobre. Ero curioso di mettermi alla prova perché, anche se può non sembrarlo, sono molto timido. Come avrei affrontato il palco? Come avrei affrontato un pubblico? Come avrei affrontato, come avrei superato i miei limiti?

Eppure, ora so che queste domande avevano poco senso. Di più, erano profondamente sbagliate. Perché si concentravano su un aspetto decisamente marginale.

Le sensazioni, le emozioni che ho provato, la vera ricchezza di questa esperienza non è – non può essere autoreferenziale. La vera ricchezza è la Bottega dei Ragazzi! La vera ricchezza sono le splendide persone che ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere! Dagli attori, grandi e piccoli (tra cui spicca, non me ne vogliano gli altri, la mia amatissima sorellina), alle straordinarie registe, la coreografa, i tecnici, gli assistenti di scena, tutti coloro che hanno lavorato dietro le quinte per consentire il successo di The King (e perdonatemi, vi prego, se nella fretta avessi dimenticato qualcuno)!

Ci sono infiniti più grandi di altri infiniti. Voi siete l’infinito del mio infinito! Siete nella mia mente e nel profondo del mio cuore, tutti e tutte voi! E a ognuno e ognuna di voi voglio dire, dal profondo del mio cuore, una parola dalla preziosa semplicità.

GRAZIE

Le firme della coscienza e l’errore di Sheldon

Recentemente mi è capitato di rivedere un episodio di The Big Bang Theory incentrato su una collaborazione scientifica tra Sheldon Cooper (Jim Parsons) e Amy Farrah Fowler (Mayim Bialik). Fondamentalmente, Amy stava lavorando a un esperimento teso a individuare le cosiddette “basi neurali” della coscienza, ovvero gli eventi cerebrali ad essa associati, mediante l’identificazione del momento esatto in cui prendiamo consapevolmente una decisione (in questa sede, coscienza è sinonimo di consapevolezza). Sheldon collegava allora la ricerca della fidanzata ai suoi studi sulla fisica, intuendo che l’esperimento di Amy avrebbe potuto costituire una validazione empirica della cosiddetta “interpretazione di Copenhagen“, permettendo di cogliere il momento esatto del “collasso della funzione d’onda” (ne ho parlato qui).

Verosimilmente, gli autori si sono ispirati agli esperimenti condotti da Soon e collaboratori (2008) e, soprattutto, da Stan Dehaene (2014). Questi ultimi in particolare sono notevolissimi, perché potrebbero veramente aver individuato le “firme” della coscienza, quattro eventi neurali che occorrono ogni volta che facciamo consapevolmente una scelta (per esempio, l’attivazione di una particolare onda cerebrale).

Più controverso è invece lo studio di Soon et al., che si basava su un esperimento condotto da Benjamin Libet (1985). L’idea era quella di identificare il momento in cui i soggetti sperimentali prendevano una “decisione libera”, che nella fattispecie consisteva nel premere un pulsante piuttosto che un altro. Tramite risonanza magnetica funzionale, gli autori dello studio hanno potuto “anticipare” di 7-10 secondi la decisione dei soggetti sperimentali (nel 60% dei casi), deducendo addirittura che il libero arbitrio non esiste, e che quelle che noi crediamo essere delle scelte consapevoli sono in realtà prese del tutto inconsciamente.

Di fatto, queste conclusioni sono decisamente opinabili, per esempio perché, in base alla Teoria dei Giochi sviluppata, tra l’altro, dal Premio Nobel per l’Economia John Nash (immortalato da Russell Crowe in A beautiful mind), l’esperimento non metterebbe neppure in gioco una vera decisione: non c’è infatti nessuna ragione per premere l’uno o l’altro pulsante, mentre un’autentica scelta mette in gioco una preferenza per una delle opzioni presentate. Senza contare che, nel 40% dei casi, l’esperimento era sostanzialmente fallito. Si può concludere che non c’è motivo per negare l’esistenza della coscienza e, quindi, del libero arbitrio.

In ogni caso, ammettendo che la coscienza esista, e che sia possibile individuarne i correlati neurali, l’intuizione di Sheldon resta clamorosamente sbagliata. Perché la falla è a monte, non a valle.

L’interpretazione di Copenhagen, infatti, postula che l’universo si ramifichi ogni volta che siamo di fronte a una decisione, ma che, dopo aver fatto una scelta, i possibili universi associati alle alternative scartate (o meglio, la loro “funzione d’onda”) collassino, in modo che solo l’universo correlato alla scelta effettuata diventi reale: se per cena sceglierò la pasta anziché la pizza, il possibile universo in cui avrei optato per la pizza semplicemente non esisterà più. A far da contraltare a questa teoria è la cosiddetta “interpretazione a molti mondi“, secondo cui ogni decisione ramifica effettivamente l’universo, e i rami sono ugualmente reali – pur non potendo interagire fra loro: se in un universo sceglierò la pasta per cena, in un altro opterò per la pizza, ed entrambi gli universi saranno reali, dando così vita al cosiddetto “multiverso“.

Interpretazione a molti mondi

Ora, tornando all’episodio di The Big Bang Theory incriminato, Sheldon sosteneva che, se si identifica, attraverso l’individuazione delle basi neurali della coscienza, il momento esatto in cui prendiamo una decisione, questo coinciderà con il momento del collasso della funzione d’onda: e ciò permetterebbe di validare empiricamente l’interpretazione di Copenhagen. Tuttavia, anche se fosse vera l’interpretazione a molti mondi si potrebbe identificare il momento in cui facciamo la scelta in questo universo – che potrebbe inoltre coincidere con il momento in cui prendiamo decisioni diverse nel multiverso. In pratica, l’esperimento di Amy non permetterebbe in alcun modo di discriminare tra le due teorie, anche considerando che la funzione d’onda non è altro che un artificio matematico.

Insomma, Sheldon resta un genio, forse un giorno vincerà il Nobel che sono riusciti a non conferire a Stephen Hawking, e magari scriverà anche l’autobiografia intitolata “Non c’è di che, umanità”. Ma anche i geni, a volte, possono sbagliare.

References

Dehaene, S., 2014, Coscienza e cervello. Come i neuroni codificano il pensiero, Raffaello Cortina, Milano (ed. it.).

Libet, B., 1985, Unconscious cerebral initiative and the role of conscious will in voluntary action, Behavioral and Brain Sciences 8 (4), pp. 529-539.

Soon, C. S. – Brass, M. – Heinze, H. J. – Haynes, J. D., 2008, Unconscious determinants of free decisions in the human brain, Nature Neuroscience 11, pp. 543-545.