Le lacrime di Federer: e la favola continua

Federer in lacrime dopo aver vinto l'Australian Open 2018

Cominciamo dalla fine: perché credo che le lacrime di Re Roger, accompagnate dagli applausi scroscianti del pubblico di Melbourne in delirio, siano state il momento più emozionante di una giornata che definire emozionante è un eufemismo.

Da tempo non ci sono più aggettivi in grado di descrivere il più grande tennista della Storia. Si può solo restare incantati, come davanti al dritto in controbalzo che Federer ha disegnato nel settimo gioco del terzo set: un colpo da videogame, un colpo magico. Il colpo più bello di una finale non bellissima, che in parte ha ricordato, anche nell’andamento, quella di dodici mesi or sono contro Nadal.

Stavolta, dall’altra parte della rete c’era Marin Čilić, per un remake della finale di Wimbledon 2017. Se si esclude il primo set, il gigante croato ha disputato un buon match, trascinando Re Roger al tie-break (poi vinto) nella seconda partita, e soprattutto rimontando all’elvetico un break nel quarto parziale, che poi Čilić ha fatto suo vincendo cinque giochi di fila.

Nel quinto e decisivo set, però, non c’è stata partita: troppo più forte Federer, soprattutto a livello mentale. Troppo vari, troppo eleganti, troppo efficaci i colpi di questo ragazzino che a quasi 37 anni non smette di stupire – prima di tutto se stesso. Un anno fa avrebbe firmato per poter vincere un altro Major e staccare quella quota 17 che dal 2012 sembrava divenuta una maledizione: oggi è arrivato a 20, e non c’è motivo di pensare che debba fermarsi qui.

E’ vero, gli aridi numeri tolgono spazio al romanticismo: ma se si pensa che in un anno Re Roger ha vinto lo stesso numero di Slam dell’intera carriera di Murray e Wawrinka, si può avere un’idea della portata della sua impresa – compiuta peraltro a un’età in cui grandi campioni del passato anche recente avevano già appeso la racchetta al chiodo.

Federer no. Federer si diverte, Federer si reinventa. E, a distanza di quasi 15 anni dal suo primo Major (Wimbledon 2003), Federer continua a dominare. Si è detto che, prima della finale, in questi Australian Open non aveva incontrato “nessuno” – motivo per cui non aveva perso neanche un set. Vero – fino a un certo punto: ma non è colpa del Re se il suo connazionale Stan Wawrinka ha capitolato al secondo turno, più per colpa dei suoi acciacchi che per merito del nomen omen americano Tennys Sandgren; se Alex Zverev ha ceduto di schianto all’altro next gen Hyeon Chung, che per buona misura al turno successivo ha maramaldeggiato anche sui resti di Nole Djokovic; se un Rafa Nadal fin lì quasi impeccabile si è dovuto inchinare agli ormai consueti guai fisici, oltre che alla vena eccezionale di un ottimo Čilić.

E allora via, verso quel pianto che sa di liberazione e schiude l’umanità di un campione infinito – senza limiti e senza tempo. Via verso nuovi traguardi, come il ritorno alla prima posizione del ranking mondiale, che ora è davvero a un passo: e che Federer meriterebbe già di occupare, se non fosse per il demenziale sistema di punteggio dell’Atp che, basandosi anche sui risultati dell’anno precedente, impedisce ai campioni in carica di guadagnare punti anche rivincendo lo stesso torneo – perfino un torneo dello Slam. Con la paradossale conseguenza che il finalista Čilić ha guadagnato più di mille punti (e tre posizioni in classifica), mentre il campione Roger resta inchiodato allo stesso punteggio che aveva prima dell’inizio degli Australian Open.

Forse, però, è solo questione di tempo. Quel tempo – e quella Storia – che il giocatore più forte di tutti i tempi continua a segnare. Quel tempo che, speriamo il più tardi possibile, metterà inevitabilmente fine alla straordinaria favola di Roger Federer: per adesso, però, non vogliamo smettere di sognare!

#BEL1EVE

#ThereIsNoFinishLine

 

 

 

Come va?

Dante Alighieri

Dante: Sono al settimo cielo!

*Dante Alighieri, battezzato Durante (1265-1321), è stato un poeta, scrittore e politico italiano, considerato il padre della lingua italiana. La sua fama è legata soprattutto alla Comedìa, che Boccaccio rinominò Divina Commedia, ma Dante esplorò numerosi generi letterari, segnando profondamente l’intera cultura occidentale: tanto da essere stato soprannominato il “Sommo Poeta”, o il Poeta per antonomasia.

La data di nascita di Dante non è nota con esattezza, ma viene fissata al 1265 per via di alcune indicazioni autobiografiche riportate nelle sue opere: come nella Divina Commedia, che è ambientata nel 1300 e inizia col celeberrimo verso Nel mezzo del cammin di nostra vita – all’epoca, la durata della vita umana era fissata a 70 anni.

Il padre di Dante era un guelfo, appartenente a una famiglia borghese agiata che garantì a Dante un’importante formazione intellettuale: il giovane Alighieri poté tra l’altro partecipare al dibattito letterario sulla lirica della “Scuola Siciliana”, prendendo posizione in favore di una lirica meno complessa e più soave: il Dolce stil novo.

A vent’anni, Dante sposò Gemma Donati: un matrimonio che non dovette essere molto felice, anche perché Dante amò per tutta la vita Beatrice (tradizionalmente identificata con Bice di Folco Portinari), a cui dedicò la Vita Nova e che idealizzò nella cantica del Paradiso, dove Beatrice è raffigurata come donna angelo e simbolo della Fede.

Intorno ai trent’anni, Dante iniziò la propria carriera politica. All’epoca, lo schieramento dei guelfi – ormai egemone a Firenze – si era diviso in due fazioni: i Guelfi Bianchi, fautori di una politica moderata volta a ottenere una maggiore autonomia dal Vaticano (cui apparteneva Dante); e i Guelfi Neri, il gruppo dell’aristocrazia finanziaria e commerciale di Firenze, più strettamente legata agli interessi della Chiesa. Dante cercò sempre di osteggiare le ingerenze di Papa Bonifacio VIII, da lui visto come emblema della decadenza morale della Chiesa: il Pontefice, però, inviò Carlo di Valois a dar manforte ai Neri, che presero il potere a Firenze avviando una politica di sistematica persecuzione dei Bianchi. Dante, che in quel momento si trovava a Roma per un’ambasceria, venne condannato a morte in contumacia, e costretto all’esilio: non avrebbe mai più rivisto la sua patria.

In questo periodo iniziò la stesura della Commedia, anche grazie all’ospitalità di alcuni mecenati, quali Moroello Malaspina, in Lunigiana, e Cangrande della Scala, a Verona. Nel 1318, per motivi sconosciuti, Dante si recò presso la corte di Guido Novello da Polenta, a Ravenna: qui morì nel 1321, a causa delle febbri malariche contratte al ritorno da Venezia, dove si era recato per un’ambasceria. A Ravenna si trovano tuttora le sue spoglie mortali, oggetto di una lunga diatriba con i Fiorentini, a cui i resti dell’illustre concittadino vennero negati perché i Ravennati ritennero che non meritassero il corpo di un uomo che avevano dispregiato in vita.

Lo stile di Dante è caratterizzato dal “plurilinguismo”, ovvero dalla capacità di usare più registri linguistici con sapienza, disinvoltura e armonia: come nella Commedia, in cui le tre cantiche corrispondono agli stili umile (l’Inferno), mezzano (il Purgatorio) e sublime (il Paradiso), ma al contempo presentano una viva commistione stilistica. La Divina Commedia è il capolavoro del Sommo Poeta: un viaggio nei tre Regni dell’Oltretomba, in cui Dante, ritrovatosi in una selva oscura per aver abbandonato la retta via, viene dapprima accompagnato da Virgilio, allegoria della Ragione; e poi, in Paradiso, da San Bernardo di Chiaravalle e da Beatrice, simbolo della Fede che oltrepassa i limiti della razionalità per portare l’anima alla visione di Dio.

Tra le altre opere di Dante, vanno annoverate la Vita nova, un prosimetro autobiografico che celebra l’amore per Beatrice, e comprende tra l’altro il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare; il Convivio, un saggio composto nei primi anni dell’esilio, incentrato sull’amore per la sapienza che viene offerta al lettore come una vivanda durante un banchetto; il De vulgari eloquentia, un trattato teso a esaltare la lingua volgare, scritto in latino perché questo era all’epoca l’idioma dei dotti e degli argomenti più importanti; il De Monarchia, un saggio che esprime il pensiero politico di Dante, secondo cui un Impero universale è la sola forma di Governo in grado di garantire unità e pace, e l’autorità del Monarca deriva direttamente da Dio e non è quindi soggetta a quella del Pontefice, che comunque l’Imperatore deve rispettare in quanto Vicario di Cristo.

Come va?

Giordano Bruno

Giordano Bruno: Infinitamente bene!

*Giordano Bruno, nato Filippo Bruno (1548-1600), è stato un filosofo, scrittore e monaco italiano, appartenente all’ordine domenicano: proprio in osservanza della regola domenicana, rinunciò al nome Filippo e assunse il nome Giordano.

In realtà, Bruno non fu mai davvero interessato alla vita religiosa o agli studi teologici, e i suoi dubbi verso dogmi come quello della Santissima Trinità lo portarono a rinunciare all’abito domenicano e a lasciare Roma. Scomunicato nel 1579, dopo essere stato arrestato in Francia, Bruno si trasferì in Inghilterra, dove tenne alcune lezioni a Oxford sulle teorie copernicane. A Londra pubblicò alcune delle sue opere più importanti, tra cui il dialogo filosofico De l’infinito, universi e mondi.

In effetti, il pensiero di Bruno ruotava attorno all’idea dell’infinito: caratteristica dell’universo in quanto creato da un Dio infinito – e infinitamente potente. Un universo descritto secondo la teoria di Copernico, che toglieva centralità alla Terra – e all’uomo, in quanto culmine della Creazione. Inoltre, Bruno sostenne l’esistenza di infiniti mondi, in ciò anticipando alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverso.

Dopo anni di peregrinazioni in Europa, Bruno fece ritorno in Italia, forse nella speranza di ottenere una cattedra all’Università di Padova (quella dell’insegnamento fu un’ambizione costante nel corso della sua vita). Nel 1592, venne arrestato e incarcerato a Venezia dall’Inquisizione. Iniziò quindi il lungo processo per eresia, al termine del quale, dopo aver rifiutato di abiurare, Bruno venne condannato al rogo. Sembra che, dopo la lettura della sentenza, abbia detto ai giudici: “Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza, che io nell’ascoltarla”. Nel 1600, Bruno venne condotto in piazza di Campo de’ Fiori, legato a un palo e bruciato vivo.

Quattrocento anni dopo, Papa Giovanni Paolo II espresse profondo rammarico per la morte di Giordano Bruno, pur non riabilitando la sua opera che resta incompatibile con la dottrina cristiana.

Come va?

Erasmo da Rotterdam

Erasmo: Bene da matti!

*Erasmo da Rotterdam (1466/69 – 1536) è stato un teologo, umanista e filosofo olandese, considerato il massimo esponente dell’Umanesimo cristiano. Nato a Rotterdam o Gouda, nei Paesi Bassi, firmò i suoi scritti con lo pseudonimo di Desiderius Erasmus.

Al centro del suo pensiero vi fu sempre il tentativo di conciliare i valori del mondo classico con la pietas del Cristianesimo delle origini. Erasmo elaborò un progetto di riforma religiosa volto a far fronte a quelli che lui considerava i più grandi pericoli per la fede, come il decadimento morale del clero. Tuttavia, precisò sempre di non voler attaccare la Chiesa in quanto istituzione, tanto da rifiutare di seguire Martin Lutero sulla strada della Riforma protestante (che tradizionalmente si considera iniziata il 31 ottobre 1517, con l’affissione delle 95 tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg).

Benché Erasmo, di indole estremamente moderata, avesse sempre cercato di evitare lo scontro con Lutero, la polemica scoppiò soprattutto in relazione alla tematica del libero arbitrio: è infatti del 1524 il De libero arbitrio, lo scritto in cui Erasmo satireggiava la dottrina luterana del “servo arbitrio”.

L’opera più importante di Erasmo, però, è senza dubbio l’Elogio della Follia, pubblicato per la prima volta nel 1511: si tratta di un saggio in cui la Follia, personificata, loda se stessa, ma sotto l’apparenza scherzosa rivela delle verità profonde. Come nell’ultima parte dello scritto, in cui Erasmo, rifacendosi a San Paolo e al mito della caverna di Platone, realizza un’apologia della fede cristiana, per cui occorre farsi stolto per diventare sapiente, poiché la saggezza umana è follia agli occhi di Dio e viceversa.

Nei suoi ultimi anni, il suo rifiuto di prendere una posizione netta nella controversia tra cattolici e protestanti rese Erasmo inviso a entrambi gli schieramenti. Il grande umanista morì nel 1536 a Basilea, e fu sepolto nella locale cattedrale, ormai adibita al culto protestante – benché avesse sempre rifiutato di cambiare confessione, rimanendo fino all’ultimo fedele al Cattolicesimo.

Come va?

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Lucrezia Borgia: Prima beve qualcosa?

*Lucrezia Borgia (1480-1519) è stata una nobildonna del Rinascimento italiano, figlia illegittima del cardinal Rodrigo Borgia – poi divenuto Papa col nome di Alessandro VI – e sorella di Cesare Borgia, il famigerato Duca Valentino a cui si ispirò Niccolò Machiavelli ne Il Principe.

Coinvolta fin da giovanissima, suo malgrado, nelle ambizioni politiche del padre e del fratello, Lucrezia sposò in prime nozze Giovanni Sforza, signore di Pesaro: quando però cambiò la situazione politica, Alessandro VI annullò il matrimonio con il pretesto che non fosse stato consumato, attraverso un processo durante il quale Giovanni Sforza accusò il Papa di incesto con la figlia.

In seconde nozze, Lucrezia sposò Alfonso d’Aragona, Duca di Bisceglie e figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli. Lucrezia si innamorò subito del marito, che gli diede un figlio a cui fu imposto il nome Rodrigo. Un ulteriore cambiamento delle alleanze portò però Cesare Borgia a organizzare l’assassinio di Alfonso.

Malgrado le voci ormai diffuse, Lucrezia sposò in terze nozze Alfonso d’Este, primogenito del Duca di Ferrara Ercole che, seppur riluttante, dovette cedere alle pressioni di Alessandro VI. Divenuta Duchessa di Ferrara, Lucrezia si guadagnò la stima e l’apprezzamento degli Este e della popolazione ferrarese grazie alla sua bellezza e alla sua intelligenza; fu inoltre un’attiva mecenate, accogliendo a corte poeti e umanisti come Ludovico Ariosto, Ercole Strozzi e Pietro Bembo.

Negli ultimi anni, colpita da vari lutti, Lucrezia iniziò a indossare il cilicio e si legò al Terz’ordine francescano. Morì nel 1519, per complicazioni dovute al suo ultimo parto.

Lucrezia è una figura molto controversa, anche perché è stata associata, soprattutto dalla storiografia ottocentesca, ai crimini commessi dalla sua famiglia. L’accusa di incesto, rivolta da Giovanni Sforza, resta dubbia, e in ogni caso era rivolta più che altro ad Alessandro VI, come se Lucrezia fosse stata solamente plagiata dal padre. Le voci circa l’incesto con i suoi fratelli Cesare e Giovanni sembrano invece del tutto infondate.

Sembra invece che Lucrezia avesse avuto un figlio illegittimo da Pedro Calderón, un giovane servitore di Alessandro VI che, per quest’onta, sarebbe stato fatto uccidere dal Valentino. Si è ipotizzato che il bambino fosse Giovanni Borgia, noto come Infans Romanus, la cui stessa paternità è tuttora incerta, dal momento che Alessandro VI l’attribuì ufficialmente a Cesare con una bolla pontificia, ma in seguito emise una seconda bolla, che doveva restare segreta, in cui riconosceva Giovanni come suo figlio. Sembra infine che Lucrezia abbia intrattenuto delle relazioni, probabilmente platoniche, con Pietro Bembo e con Francesco II Gonzaga, Marchese di Mantova.

A tutto ciò si aggiunse poi la fama di avvelenatrice, per via della leggenda secondo cui i Borgia eliminavano i propri nemici grazie a un veleno micidiale, la cantarella: anche in questo caso, però, non si tratta che di insinuazioni, dovute per lo più alla fantasia di Victor Hugo, autore di un dramma intitolato proprio Lucrezia Borgia, che di lì a poco sarebbe stato musicato, con lo stesso titolo, da Gaetano Donizetti.

Come va?

Giovanna d'Arco

Giovanna d’Arco: Si suda…

*Giovanna d’Arco (1412-1431), anche nota come la “Pulzella d’Orléans”, è stata un’eroina francese, venerata come Santa dalla Chiesa cattolica. Figlia di contadini, all’età di 13 anni iniziò a sentire delle “voci celestiali” accompagnate dalle visioni di san Michele Arcangelo, santa Caterina d’Alessandria e santa Margherita di Antiochia. Giovanna decise quindi di consacrarsi interamente a Dio, facendo voto di castità.

Mentre infuriava la Guerra dei Cent’Anni, che vedeva contrapposti Francesi e Inglesi, l’adolescente Giovanna fu sollecitata dalle voci ad accorrere in aiuto del Delfino francese, il futuro Re Carlo VII. Figura carismatica, in grado di trascinare l’esercito anche con il suo esempio, Giovanna riuscì ad aiutare Jean de Dunois, più noto come il “Bastardo d’Orléans”, a spezzare l’assedio che da mesi gli Inglesi avevano portato alla stessa città di Orléans.

Protagonista di altre campagne militari, che contribuirono a mutare le sorti della Guerra dei Cent’Anni in favore dei Francesi, nel maggio 1430 Giovanna venne catturata dai Borgognoni nel corso dell’assedio di Compiègne, e venduta agli Inglesi, i quali la processarono dapprima per stregoneria, poi per eresia. Condannata a morte, il 30 maggio 1431 Giovanna venne arsa sul rogo a Rouen.

Nel 1456, in seguito a una seconda inchiesta promossa da Papa Callisto III, il Pontefice dichiarò la nullità del primo processo, riabilitando così la memoria di Giovanna. Nel 1920, fu Papa Benedetto XV a canonizzare la “Pulzella d’Orléans”, che venne quindi proclamata patrona di Francia.

On the Nature of Hell

Inferno di Dante.png

«Sorrow engenders hatred, and resentment, which separate us from the Way drawn for us by the Heaven. We feel confused, lost, betrayed, and thus we shout out our despair to the Lord: why have you forsaken us?

And we don’t realize that we are drifting away from Him, that Christ always walks beside us, and we don’t want to listen to His voice, to the words He cried out from the Cross, and now are addressed to our soul: lama sabachthani?»

(M. Ciminiello, Astragon – L’Era del Drago).

 

Although a self-citation may be inelegant, a few days ago I was reminded of this passage: and it occurred to me that it may contain a clue on the nature of Hell.

Anything and everything has been said about this place/no place: some, like Jehovah’s Witnesses, don’t think it exists; others, like most Christian theologians, believe it’s a physical location – a place of eternal damnation; Orthodox theologians claim it’s a real condition – but limited in time; finally, some argue that it’s an effective reality – but it’s empty.

20th century Italian mystic Maria Valtorta, author of The Gospel As Revealed to Me, reports that Jesus told her that, had Hell not existed, a bigger Hell would have been created for Judas. These words may confirm the existence of Hell – but they don’t specify what’s its nature.

Personally, I am persuaded that Hell is something more than the Kingdom of darkness and everlasting fire: I believe it’s a sign of us moving away from God. Every time we turn our back on Him, on His word, on His salvation, we dig a little bit of our personal Hell: and if soul longs, by nature, for the Highest Good, and the Supreme Happiness, then it’s consumed – like the most horrific fire – by the self-inflicted grief caused by the distance from the Infinite Love it aims at. In fact, as stated by the great G. K. Chesterton, «man cannot love mortal things. He can only love immortal things for an instant» (Heretics).

Then, our discomfort, our earthly suffering are reflected in the wound which only the Doctor of the soul can heal: a Doctor tormented by the same torments as ours because, being at once «He who loves, He who is loved and Love itself» (M. Ciminiello, Astragon – L’Ombra dell’Aurora), He cannot but mourn our misery. That could be the thrust of Nietzsche’s insight, that «even God has his hell: it is his love for mankind» (Thus spoke Zarathustra).

That’s why God will never give up on anyone of us: because it’s not His will «that one of these little ones should perish» (Matthew 18, 14). If we abandon His path, bending our very nature, we ourselves will build our Hell. And this will be our punishment: we’ll be well aware of what we lost, but there won’t be anything we can do about it.

Come va?

Carlo Magno

Carlo Magno: Francamente, bene!

*Carlo Magno (742-814) è stato un Sovrano medioevale, Re dei Franchi dal 768, Re dei Longobardi dal 774, e primo Imperatore del Sacro Romano Impero dall’800. Figlio di Pipino il Breve, la sua nascita è fissata tradizionalmente al 2 aprile 742, ma altre fonti suggeriscono il 743, il 744, il 747 o il 748. Alla morte del padre, secondo la tradizione franca, il Regno di Pipino venne diviso tra Carlo e il fratello minore Carlomanno, il quale però morì a vent’anni, nel 771, per una malattia improvvisa che suscitò voci e sospetti.

Carlo venne quindi dichiarato Re di tutti i Franchi e, su richiesta di Papa Adriano I, mosse guerra a Desiderio, Re dei Longobardi. Nel 774, dopo aver conquistato la capitale nemica, Pavia, Carlo assunse il titolo di Re dei Longobardi. Queste vicende fanno tra l’altro da sfondo alla tragedia manzoniana Adelchi.

Carlo procedette quindi a una campagna vittoriosa contro i Sassoni, e a un’altra, decisamente più infausta, contro la Penisola iberica occupata dagli islamici. Nel corso di quest’ultima spedizione, la retroguardia franca venne decimata nella Battaglia di Roncisvalle: tra gli altri, morì il paladino Orlando, che ispirò la celeberrima Chanson de Roland, uno dei testi epici fondamentali della letteratura medioevale.

Nel 795 venne eletto al Soglio Pontificio Papa Leone III, che intrattenne da subito buoni rapporti con Carlo. Nel corso della Messa di Natale dell’800, Leone III incoronò Carlo Imperatore, titolo che in Occidente non era stato più usato dalla destituzione di Romolo Augustolo nel 476.

Negli ultimi anni, le condizioni fisiche di Carlo peggiorarono, e il Sovrano si dedicò sempre più alle pratiche religiose. Secondo la tradizione franca, Carlo divise il proprio Regno tra i figli legittimi Carlo (il Giovane), Pipino e Ludovico: ma Pipino e Carlo il Giovane morirono precocemente, e unico erede di Carlo rimase Ludovico (il Pio).

Carlo morì nell’814, e venne inumato nella Cattedrale di Aquisgrana: secondo il suo biografo Eginardo, l’iscrizione latina sulla sua tomba lo indicava come magnus, aggettivo che poi entrò a far parte del suo nome. In base ad alcune ricognizioni effettuate sul suo feretro, si è stabilito che Carlo sarebbe stato alto 192 cm – per l’epoca, un colosso.

A Carlo si deve poi la cosiddetta “Rinascita carolingia”, la fioritura che sotto il suo Regno interessò la cultura, la politica e l’educazione: la portata di queste riforme e la loro valenza sacrale interessarono tutta la vita e la politica del continente europeo per interi secoli.