C’è (di nuovo) aria di golpe…

 

La trattativa, quella vera tra Salvini e Di Maio (non la pagliacciata del pm Di Matteo) è ormai arrivata alla fase finale, quella in cui gli elettori di Lega e M5S sono chiamati a giudicare il famigerato contratto di Governo.

Indipendentemente dal risultato dei gazebo e del voto online, però, sul futuro prossimo dell’Italia aleggiano ombre di un passato neanche troppo lontano. La dialettica politica ed economica di questi ultimi giorni, infatti, ha rispolverato termini e situazioni risalenti a 7 anni fa, che si ergono come minacce sul tentativo di creare un esecutivo gialloverde.

Come nel 2011, si torna a parlare delle preoccupazioni dell’Europa. Preoccupazioni legittime, finché non si pongono contro la sovranità popolare. Il Governo di Roma, infatti, deve fare gli interessi di Roma, prima che quelli di Bruxelles. Un’oppositrice del possibile Governo grillo-leghista come Giorgia Meloni ha espresso il concetto con ironia: “La preoccupazione dell’Europa è l’unica cosa che mi fa venire voglia di andare a fare questo Governo”.

Alle osservazioni degli euroburocrati ed eurotecnocrati si sommano gli appelli al Capo dello Stato. Il quale ha sì il potere costituzionale di nominare il Primo Ministro: ma non quello di ignorare la volontà dei cittadini. Per questo motivo, quanti in questi giorni si dicono certi che Mattarella farà da garante per la Ue (come Macron) sembrano sovrapporne la figura a quella di Napolitano. Cosa verso cui spinge anche l’atteggiamento tenuto finora dal Presidente della Repubblica che, tra i tanti possibili esecutivi, non ha mai preso in considerazione quello che più di tutti avrebbe rispettato l’esito delle politiche del 4 marzo: un Governo di centrodestra, a guida leghista, che avrebbe cercato in Parlamento i voti che mancavano per raggiungere una maggioranza. Magari non ce l’avrebbe fatta: ma negare anche solo il tentativo resta incomprensibile.

Ecco perché quella che si respira da un po’ è un’inquietante aria di golpe. Anche perché nel lessico giornalistico (e quindi nel gergo da bar) sta rispuntando uno dei fantasmi che maggiormente erano stati agitati nel 2011: lo spread.

Un termine mai sentito prima del colpo di Stato che ha rovesciato il Governo di Berlusconi (l’ultimo esecutivo legittimamente eletto in Italia), né più sentito dopo. Un termine di cui tutti hanno sentito parlare ma che nessuno sa cosa sia, un po’ come la celeberrima definizione del tempo di sant’Agostino (per la cronaca, è il differenziale tra il tasso di rendimento dei BTP italiani e quello dei Bund tedeschi). Un termine che ora è tornato prepotentemente nelle cronache.

E, guarda caso, è rispuntato anche l’interventismo simil-Napolitano del Capo dello Stato, sotto forma di Governo di tregua. L’unico problema è che la sola forza politica disposta a votarlo è il Partito Democratico. Sul cui atteggiamento, a proposito, ci sarebbe da dire parecchio. Le dichiarazioni che i presunti leader e i veri leaderini rilasciano da due mesi, per esempio, sono la fotocopia l’una dell’altra: il Governo gialloverde è un pericolo, i vincitori governino se ne sono in grado, da loro solo dichiarazioni irresponsabili, noi dobbiamo costruire l’alternativa. Il partito dei pappagalli.

Ma c’è dell’altro: all’interno dei dem, stando alle indiscrezioni, c’è ancora chi rimpiange il patto del Nazareno. Legittimo, se non fosse che chi è causa del suo mal pianga se stesso. Il Pd, col suo braccio armato costituito da Rep, è infatti il maggior responsabile dell’imbarbarimento del confronto politico e degli attacchi (spesso pretestuosi) contro Berlusconi. Per questo, il comportamento dei dem puzza di un’insopportabile ipocrisia. E ora è un po’ tardi per le lacrime di coccodrillo.

La conversione di Napoleone

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

 

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

 

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

 

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

 

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

 

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

 

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

 

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

 

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

 

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

 

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

 

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

 

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

 

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

 

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

 

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

 

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

 

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.