Questa Europa è già finita, fatevene una ragione

Al di là delle considerazioni personali su Brexit e UE, fa sempre piacere constatare che la Storia finisce costantemente per riconoscere – sia pure con colpevole ritardo – la grandezza di Papa Benedetto XVI.

Giuliano Guzzo

bandiera-europa-500-brucia

Incredulità, sfuriate contro l’elettorato «ignorante», surreali raccolte di firme per nuovi referendum (senza che vi sia stata l’ombra di brogli): il voto del popolo inglese per l’uscita dall’Unione europea ha mandato in tilt

View original post 924 altre parole

Un passo più vicino all’orizzonte

Ivrea Montalto

L’orizzonte è sfuggente per definizione. Capriccioso, malizioso, pudico, si diverte a lasciarsi corteggiare per poi allontanarsi a ogni mossa del suo ignaro spasimante.

Ma a volte capita che il velo della ritrosia possa cadere per i motivi più insospettati, come quando ci si accanisce contro una porta che resta ostinatamente serrata finché, appoggiandosi sfiniti contro la maniglia, questa si abbassa, aprendo la via a frotte di tesori dormienti. E si arriva d’un tratto a poter sfiorare il cielo.

Perché come si può restare insensibili di fronte alle gesta di un’armata di ragazzi in maglia nero-arancio che hanno spinto il loro sogno, il sogno di un’intera città oltre i confini della speranza?

Nessuno ci credeva. Nessuno credeva che i Giovanissimi dell’Ivrea Montalto potessero giungere così vicini al trono del Piemonte.

Ma l’annata del Leicester lo ha insegnato a tutti, e l’Islanda è sulla buona strada per confermarlo: i miracoli sono possibili. Basta solo innalzare il proprio cuore, e non smettere mai di crederci.

E allora che importa se il pennello ha tremato lasciando incompiuto un quadro che resta comunque meraviglioso? Che importa di quel gol in zona Cesarini, e di quei supplementari che hanno premiato la squadra che ha preso il nome dal mitico portiere del Grande Torino?

Che importa, quando perfino l’eco del silenzio si ferma attonita ad ammirare ed applaudire un’impresa spezzata che già grida alla rivalsa? Lo si può leggere negli sguardi dei protagonisti: questi ragazzi, appena adolescenti, temprati dalla delusione come l’oro dal fuoco, sono già pronti a rilanciare la loro sfida. Una nuova tappa nel radioso percorso verso la gloria.

È la fiamma che continua ad ardere in fondo ai loro occhi a commuovere le stelle ammiccanti d’orgoglio. È questo spirito che ha spinto il sole a tendere i suoi raggi dorati per sfiorare la mano di Lorenzo Ciancio, il diamante del team eporediese: e nell’alone dorato del mattino – simbolo tra i simboli – schiude le ali del campione in erba, e lo eleva – campione già nella vita – un passo più vicino a quell’orizzonte, così elusivo e inafferrabile, che corona il trionfo di un’aurora senza tempo.

Il miracolo di Benedetto XVI

Peter Srsich e Benedetto XVI

1.

 

I membri della Fondazione dei Desideri sgranarono gli occhi.

– Sul serio?! – disse uno di loro, un giovane che non sembrava esattamente a suo agio con il silenzio.

Peter abbassò lo sguardo. Tanti pensieri affollavano in quegli istanti la sua mente… Per lo più, avevano a che fare col tempo: un bene raro e prezioso, quando è in scadenza…

Ma di quella cosa era certo. Più certo di quanto non fosse mai stato sicuro di qualcosa nei suoi diciassette anni.

– Sì – confermò. – Sono convinto… che starei benissimo… se potessi fare… un viaggio in Vaticano… –

Gli operatori si guardarono l’un l’altro negli occhi. Qualcuno manifestava stupore, qualcun altro puro sconcerto. Ma era il Desiderio di Peter.

Il ragazzo si voltò verso la finestra della sua stanza. Sembrava indifferente, ma in realtà il suo spirito ribolliva.

Era così strano?

I volontari annuirono. Non potevano assicurargli che sarebbero riusciti a esaudirlo. Ma gli garantirono che avrebbero fatto tutto quanto era in loro potere.

Peter annuì a sua volta. Anche se non riusciva a mostrarlo, era felice. Una possibilità, ancorché remota, era più di quanto avesse avuto negli ultimi mesi, più di quanto avesse osato sperare. E una flebile speranza è sempre meglio di nessuna speranza.

 

2.

 

La vita di Peter era cambiata nell’estate dei suoi sedici anni, quando una fastidiosa tosse seguita da un’insolita, opprimente stanchezza aveva suggerito ai suoi genitori un consulto con degli specialisti.

Si pensava a una polmonite. Ma la realtà era ben peggiore. Linfoma non Hodgkin al quarto stadio. Una massa di dieci centimetri che, annidatasi nel polmone sinistro del ragazzo, premeva sul suo cuore.

Era l’inizio di un calvario fatto di estenuanti cicli di chemioterapia, depressione, domande strazianti sul disegno che Dio aveva per quel giovane. Suo padre Tom e suo fratello minore Johnny avevano voluto rasarsi a zero per mostrargli che anche loro combattevano la sua battaglia, ma Peter trovava maggiore conforto nella Fede.

Per questo motivo, un suo amico aveva fatto realizzare 1200 braccialetti di gomma verde, con la semplice scritta “Prega per Peter” accompagnata dalla citazione biblica preferita del giovane.

Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.

(Rm, 8, 28).

E poi, un giorno, erano arrivati gli operatori della Fondazione dei Desideri.

“Fantastico…” aveva pensato Peter.

Sapeva che si trattava di un’organizzazione che ogni anno aiuta qualche centinaio di giovani e giovanissimi, affetti da patologie gravissime, a realizzare un sogno.

Peter sapeva cosa significava. Era un malato terminale. Ed era difficile concentrarsi su un desiderio, sapendo che sarebbe stato l’ultimo…

A quel punto, però, che aveva da perdere? E, in effetti, c’era qualcosa che aveva sempre sognato…

– Vorrei incontrare il Papa – aveva detto.

E, senza saperlo, aveva appena fatto cambiare strada al suo destino.

 

3.

 

Marta disse a Gesù: – Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!

Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà -.

Gesù le disse: – Tuo fratello risusciterà -.

Gli rispose Marta: – So che risusciterà nell’ultimo giorno -.

Gesù le disse: – Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;

chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?-

Gli rispose: – Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo –.

(Gv 11, 21-27).

 

Peter sospirò. Lazzaro era stato riportato in vita. Ma a quanti viene data una seconda chance…?

 

4.

 

– 14.000 dollari. Non una gran cifra -.

Non visto, Peter sollevò un sopracciglio. Lui e quella donna avevano evidentemente concetti della ricchezza decisamente diversi. Il ragazzo sospirò. Alla fine, si disse, è tutta una questione di prospettive.

Perché era vero. Il suo Desiderio era uno tra i meno costosi mai realizzati dalla Fondazione. Di sicuro, però, era il più speciale.

E venne maggio. Un bel mattino primaverile, a Roma, con il sole che si divertiva a baciare i Sacri Palazzi del Vaticano.

Era un mercoledì di fine mese, giorno dell’udienza settimanale di Papa Benedetto XVI, l’umile lavoratore della vigna del Signore che aveva raccolto la difficile eredità di un gigante della Fede come San Giovanni Paolo II.

Peter lo guardava da lontano, accanto ai suoi genitori e al fratello, e il suo cuore era gonfio d’orgoglio. Il suo sogno era divenuto realtà. Il suo sorriso splendeva sotto l’ombra della Cupola di Michelangelo, accanto al Colonnato del Bernini.

Assaporò ogni minuto di quell’udienza. Che poi, troppo presto, giunse a conclusione. Con un sospiro, Peter cercò di memorizzare quanti più dettagli possibile di quel giorno e di quel luogo, sapendo di voler custodire quel ricordo come uno dei più preziosi della sua breve esistenza.

Ma poi, di colpo, un sacerdote si avvicinò. Scambiò poche parole con Tom. Gli occhi dell’uomo iniziarono a brillare.

Peter si voltò verso di lui. Con la voce che gli tremava, suo padre gli disse che dovevano mettersi in fila. Erano invitati a parlare personalmente con Sua Santità.

 

5.

 

Un milione di sensazioni diverse lampeggiavano nell’anima di Peter mentre la distanza dal Pontefice diminuiva. All’inizio, era stata pura euforia. Ora, però, stava prendendo il sopravvento l’imbarazzo.

Perché tutti i fedeli cui era stato concesso il suo stesso, immenso onore stavano offrendo al Successore di Pietro dei doni dal valore inestimabile. Corone d’oro, un meraviglioso quadro raffigurante la Vergine…

Solo lui era lì, senza nulla di valore da porgere al Vicario di Cristo, se non il suo cuore… Suo padre gli porse il proprio braccialetto di gomma, uno di quelli che chiedevano una preghiera per il giovane. Solo per non presentarsi proprio a mani vuote.

E venne il momento. E per un attimo Peter si sentì quasi mancare. Era di fronte a Papa Ratzinger, torreggiava coi suoi quasi due metri sul fisico minuto del Santo Padre, ma non riusciva a non sentirsi in soggezione. Era sopraffatto dall’emozione.

Eppure, il sorriso di Benedetto XVI era così dolce, così carico d’affetto… E la mano di Peter si allungava verso di lui, e gli porgeva quel braccialetto che gli era apparso un dono così misero…

Ma il Papa lo strinse tra le mani, e il suo sorriso si fece ancora più radioso, e con tutta la sua profonda umiltà, con tutta la sua premura di padre, domandò in silenzio a quel ragazzo cosa lo affliggesse.

– Santità… – balbettò Peter, – ho… ho un cancro… –

E non riuscì a dire altro, se non una flebile richiesta. Una benedizione.

Il giovane chinò il capo. Ma, in maniera del tutto inaspettata, Benedetto XVI gli prese le mani con la sinistra, e allo stesso tempo gli posò la destra sul petto – nel punto esatto in cui il tumore aveva messo le sue lugubri radici.

Peter sgranò gli occhi. Solitamente, la benedizione viene impartita imponendo le mani sul capo, e lui non aveva mai accennato alla localizzazione anatomica di quella massa aliena che lo divorava dall’interno!

La confusione, però, durò solo un attimo, poi lasciò spazio a una gioia pura e innocente, a un senso di benessere destinato a non svanire, anzi ad aumentare di giorno in giorno, anche dopo il ritorno in Colorado, come una valanga che acquista nuova forza a ogni istante.

Finché Peter non lesse di nuovo lo stupore sui volti che lo circondavano – ma erano volti diversi, che vestivano camici bianchi, e lo stupore si accompagnava a una felicità immensa.

Perché la battaglia era finita, e Peter aveva vinto. I medici tremavano dalla commozione. Quel ragazzo, che avevano dato quasi per spacciato, era completamente guarito.

 

6.

 

Era morto, ed è tornato in vita. Era perduto, ed è stato ritrovato.

(Lc, 15, 32).

 

Ovviamente, il suo caso era completamente diverso da quello del figliol prodigo. Eppure, prescindendo da inopportuni parallelismi tra il deserto spirituale e la sofferenza fisica, Peter trovava che le loro storie avessero delle affinità. A volte, capita veramente di avere una seconda opportunità.

Le campane suonavano. Presagio di festa. Eppure, ultimamente, Peter si sentiva molto più vicino al suono del silenzio, come il profeta Elia che, ignorando l’impeto del vento, la violenza del terremoto, il furore del fuoco, era uscito dalla grotta in cui si era rifugiato solamente al sussurro di una brezza leggera.

Il giovane alzò lo sguardo al cielo. Le sue domande non erano cambiate… si chiedeva ancora quale fosse la missione che Dio gli aveva affidato.

Ma era cambiato il suo stato d’animo. Non c’erano più dubbi angoscianti. Solo una pace profonda, e un senso di gratitudine che si accompagnava all’irresistibile necessità di dispensare a fratelli meno fortunati anche solo una goccia di quella luce che gli era stata donata.

Guardava una foto sul suo comodino. Risaliva a quel giorno di fine maggio, in piazza San Pietro. Con un sorriso, Peter ripensava a un motto che gli era capitato di sentire in quel periodo.

“Ci sono quattro tipi di teologi al mondo: i cattivi teologi, i buoni teologi, i teologi eccellenti, e Joseph Ratzinger”.

Una scomoda verità

Elezione Benedetto XVI

Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago […]. Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome (Apocalisse 13, 11; 16-17).

 

Pochi sanno che cosa è SWIFT (la sigla sta per Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication – Società per le telecomunicazioni finanziarie mondiali interbancarie): in teoria, è una “camera di compensazione” (clearing, in gergo) mondiale, che unisce 10.500 banche in 215 Paesi. Di fatto, è il più occulto e insindacabile centro del potere finanziario globale e mondialista, la leva di ricatto su cui si basa l’egemonia del dollaro, il mezzo più potente di spionaggio economico e politico (specialmente a danno degli Europei), nonché il mezzo più temibile con cui la finanza globale prostra gli Stati che le si ribellano.

Quando una banca o una Nazione viene esclusa dalla rete SWIFT, tutte le transazioni risultano bloccate. Tale minaccia venne prospettata alla Russia in seguito all’annessione della Crimea, ma Mosca reagì creando, con l’assistenza della Cina, un circuito finanziario alternativo, esteso agli altri BRICS e operante in yuan e in rubli.

Non tutti, però, hanno la forza necessaria per opporsi a simili diktat. All’inizio del 2013 si scatenò una violentissima campagna contro lo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione: una campagna che vide come braccio armato, tra gli altri, la magistratura italiana, sempre ossequiosa verso il potere.

Un ricatto, orchestrato attraverso SWIFT, da qualcuno che tramava nell’ombra, per ragioni mai rivelate – ma forse intuibili alla luce di quanto è seguito.

Nel febbraio 2013, proditoriamente e arbitrariamente, lo IOR venne escluso da SWIFT. Tutti i pagamenti del Vaticano vennero resi impossibili, la Chiesa si trovò trattata alla stregua di uno Stato “terrorista” (anzi peggio, considerato che la dozzina di banche cadute nelle mani dell’ISIS in Iraq e Siria fanno ancora parte della rete SWIFT), e la finanza vaticana non poté più pagare le nunziature né far giungere mezzi alle missioni – anzi, gli stessi bancomat di Città del Vaticano erano di fatto stati bloccati. Era la rovina economica della Chiesa.

E poi, come un fulmine a ciel sereno, l’11 febbraio Benedetto XVI annunciò le sue dimissioni. Papa Ratzinger, strenuo difensore della fede contro il laicismo e il relativismo imperanti, il Pontefice che mai avrebbe piegato la Barca di Pietro al volere dei grandi poteri mondialisti, sacrificava se stesso perché il Corpo Mistico di Cristo potesse sopravvivere.

Dimissioni sotto costrizione, sembrerebbe… E, forse, un indizio a supporto di questa ricostruzione è offerto proprio dalla dichiarazione di Benedetto XVI. Come ha sottolineato Luciano Canfora, il messaggio originale del Sommo Pontefice (in latino) conteneva degli errori grammaticali imbarazzanti, come la mancata concordanza dei casi. Un uomo della cultura e della levatura intellettuale di Joseph Ratzinger non sarebbe mai incorso in simili sviste. Il che rende molto probabile il fatto che il testo letto dal Santo Padre non fosse stato scritto da lui. Altro che motu proprio.

E – guarda caso – subito dopo la sofferta comunicazione di Benedetto XVI, SWIFT sbloccò le transazioni vaticane, riaprì i bancomat, riabilitò lo IOR.

Perché lo fece? Aveva forse qualche garanzia sull’andamento del susseguente Conclave? E perché non fece semplicemente fallire la Chiesa Cattolica – un’istituzione che difficilmente avrebbe ceduto alle ideologie mondane e mondialiste?

Una delle possibili risposte è inquietante. Per il controllo delle menti dei credenti. Perché, se SWIFT potesse in qualche modo indirizzare la politica del Vaticano (anche inducendo, eventualmente, fantomatiche aperture dottrinali), avrebbe nelle sue mani uno strumento di persuasione potentissimo – e occulto.

E sembra che antiche parole possano riecheggiare ancora – le parole pronunciate da Pilato di fronte a Gesù Cristo. Cos’è la verità?

Forse, il falso agnello col potere di affamare e di bloccare, sì che “nessuno potesse vendere né comprare” senza avere “il marchio sulla mano e sulla fronte”, si rivelava, pur restando nell’ombra. Il mondo – e con esso il suo Principe – aveva vinto una nuova battaglia.

A coloro che rimanevano, a coloro che non avevano alcuna intenzione di arrendersi, restava però un semplice ma potentissimo conforto. La promessa di Gesù Cristo. Non praevalebunt.

 

Può essere Nole l’erede di Laver?

Tennis, Novak Djokovic trionfa al Roland Garros 2016

Certo che ne ha fatta di strada da quando era considerato niente più che un terzo incomodo nella rivalità sportiva più importante del nuovo millennio – quella tra Roger Federer e Rafa Nadal. Sarà stata anche quella verve istrionica che lo aveva portato a essere quasi più rinomato come imitatore che come atleta.

Ma ora Novak Djokovic è cresciuto. E va a caccia di un’impresa che lo catapulterebbe nella leggenda.

Perché era dai tempi del grandissimo Rod Laver che nessun tennista deteneva contemporaneamente tutti i titoli del Grande Slam. Ed è dai tempi di Laver che nessuno trionfa nei quattro Major nella stessa stagione.

Un passo alla volta. Intanto, Nole ha completato il Career Grand Slam. Gli mancava solo il Roland Garros, un torneo sempre sfuggito ad altri grandissimi come Pete Sampras o Jimmy Connors, e che a lungo ha dato filo da torcere anche a King Roger.

Sulla terra parigina, Nole aveva già disputato tre finali, di cui l’ultima – persa da favorito contro Stan Wawrinka – sembrava poter lasciare il segno. Come se quel treno ormai fosse passato. Per sempre.

Ma a volte la vita concede delle seconde opportunità. E sta al vero campione saperle cogliere.

Dall’altra parte della rete, stavolta, c’era Andy Murray, il rivale di tante battaglie fin dall’infanzia – i due sono separati da una settimana esatta. Nole aveva vinto la stragrande maggioranza dei precedenti (23 a 10), ma lo Scozzese lo aveva battuto nell’ultima sfida – la finale di Roma -, e aveva ottenuto entrambi i suoi titoli Slam battendo in finale proprio il Serbo.

Ma il 5 giugno 2016, semplicemente, non c’è stata partita. Né nel primo set, dominato da Murray (eccezion fatta per il primo game, in cui ha perso la battuta a 0); né nei tre parziali successivi, in cui Nole è stato semplicemente troppo forte.

Memore forse delle due precedenti finali, in cui aveva vinto il primo set per poi cedere l’incontro, Nole è entrato in campo solo nella seconda partita, nella quale, scrollatosi di dosso la tensione, ha iniziato a sciorinare tutto il suo repertorio, demolendo a poco a poco la resistenza di un avversario che ha nella resistenza fisica (soprattutto a livello difensivo) la sua arma migliore.

Neppure il colpo di coda finale tentato da Murray ha avuto un esito positivo. Dopo poco più di tre ore, la terra rossa francese incoronava il suo nuovo Re. Che conquistava così il suo dodicesimo Major, superando, in modo assai significativo, il numero di titoli di Rod Laver.

E ora la domanda che tutti si pongono è: riuscirà Nole a completare il Grande Slam per la prima volta dal 1969 (quando l’impresa riuscì proprio a Laver, unico nella storia ad averla portata a termine in due occasioni)? O, in alternativa, chi potrà fermare il fenomeno di Belgrado?

Wimbledon è sempre il test più probante, un po’ perché è il torneo più prestigioso in assoluto, molto perché l’erba è una superficie particolare, dove la sorpresa attende sempre dietro l’angolo – molto più che sul cemento o sulla terra.

Murray sembra il candidato migliore per recitare il ruolo del guastafeste, tanto più che è uno dei pochissimi ad aver veramente messo in difficoltà Nole negli ultimi anni.

Un altro outsider potrebbe essere Wawrinka, che nel biennio appena trascorso ci ha abituati a giocare da Superman uno Slam a stagione, e non ha mai vinto né i Championships né a Flushing Meadows.

E poi c’è Sua Maestà. L’eterno Federer, che a quasi 35 anni smette di stupire solo quando è bloccato dalla schiena. Wimbledon è stato per anni il suo giardino di casa. Con gli acciacchi dell’età, questa potrebbe essere una delle ultime occasioni perché torni a esserlo.

Senza dimenticare che questo è anche un anno olimpico – il che implica che Nole potrebbe addirittura conquistare il Golden Slam, un’impresa che nella storia ha premiato solamente un’atleta, Steffi Graf.

Un passo alla volta. Prima c’è l’erba londinese. All’orizzonte, la gloria immortale. Il Pritaneo. L’ultimo traguardo.

Perché è troppo tempo che Laver attende un erede. E ormai Nole è lì, gli basta allungare una mano e colpire: con un servizio, con un rovescio, con un’ultima, magistrale smorzata.