Parce vivis!

“Il nostro splendido bambino se n’è andato”. Così, con queste parole strazianti e insieme colme di una dolcezza infinita, Chris Gard e Connie Yates hanno annunciato che il piccolo Charlie è volato via, via da questo mondo alla rovescia che spaccia per diritto umano l’assassinio di un fanciullo innocente, la cui unica colpa era una malattia che non lo rendeva conforme ai criteri utilitaristici della modernità: una modernità che riecheggia sinistramente barbare pratiche dell’alba dei tempi, che ci illudevamo fossero scomparse per sempre.

Scrivevo all’inizio del mese che non c’è nulla di più tragico della morte della speranza. Dramma nel dramma, quello di due genitori che si sono battuti contro tutti e tutti, medici e giudici, spinti e sorretti solo dall’amore per il loro bambino: fino al quel tremendo annuncio in cui dichiaravano che era trascorso troppo tempo, che le cure che in tanti sognavamo non avrebbero avuto effetto, e che era ora che Charlie andasse con gli Angeli.

La morte della speranza. Nessuna luce, nessun futuro. Anche di questo dovremo rendere conto – tutti noi, che non siamo riusciti a fare abbastanza per evitare che questo omicidio venisse perpetrato.

Perché di questo si tratta: omicidio. Anzi, peggio: un infanticidio legalizzato, un infanticidio di Stato che mette tutti a rischio – perché tutti, prima o poi, potremmo ritrovarci in condizioni analoghe a quelle del piccolo martire.

Parce vivis!” avevo gridato, e ancora grido, a pieni polmoni: “Parce vivis!”

Poiché tu, piccolo Charlie, il più innocente tra gli innocenti, ora sei un Angelo tra gli Angeli! Credevano di toglierti la vita, e non sanno che per te c’era già un seggio nella Città Celeste, dove vivrai eternamente, onorato da Colui che non ritiene alcuna vita indegna di essere vissuta…

Prega per noi, se vorrai, tu che già in Terra hai compiuto il miracolo di risvegliare le coscienze dal sonno catatonico in cui erano precipitate! E noi seguiremo la tua via, una via d’amore che all’Amore conduce. La luce che ci hai donato splenderà per sempre.

#JesuisCharlieGard

#PrayforCharlie

#Charliesfight

#Charliesarmy

 

 

Tra Roger Federer e Gigi Proietti

C’è un sottile filo rosso che avvolge la giornata del 16 luglio 2017. Un filo che si dipana tra Wimbledon e Roma, tra l’Inghilterra e l’Italia. Un filo che sembra sciogliersi per legare le mani del Tempo, per donare a noi comuni mortali un piccolo assaggio di eternità.

La giornata si era aperta benissimo sotto certi aspetti, decisamente meno per altri. E poi è arrivata l’ora fatale. Roger Federer, il Re, the Greatest Of All Time, è tornato a calcare l’erba di Church Road in una finale che sapeva di resurrezione: un anno fa, proprio a Wimbledon, la sconfitta in semi con il futuro runner-up Milos Raonic aveva anticipato l’annuncio di uno stop di sei mesi che a molti era suonato come l’anticamera del ritiro.

Ma King Roger è riuscito, ancora una volta, in un’impresa storica – forse la più grande di tutte: ha fermato il fiume del tempo. Con la costanza, con l’impegno, con l’innata eleganza ha schiantato l’uno dopo l’altro avversari che quando lui iniziava a vincere erano poco più che bambini.

Qualcuno potrà appellarsi anche alla fortuna, materializzatasi sotto forma del lieve infortunio che ha penalizzato il suo avversario Marin Čilić: ma, onestamente, è difficile credere che, se anche fosse stato in perfette condizioni fisiche, il gigante di Medjugorje avrebbe potuto guastare la festa.

Perché di una festa si è trattato: la celebrazione di un Genio dalla classe così cristallina che a volte viene spontaneo chiedersi come faccia a rendere così semplici dei movimenti, dei colpi che ad altri richiederebbero – ognuno – anni di dedizione per affinarli. Un Fenomeno come ne nasce uno ogni (forse) cent’anni, e forse tra cent’anni ci sarà ancora chi ne evocherà il nome con riverenza – e a noi, finché ne avremo la forza, toccherà il compito di dire: “Io c’ero, quel giorno, quando Roger Federer è diventato il più vincente nella storia di Wimbledon”.

Perché ieri, 16 luglio 2017, è stato l’ottavo trionfo nel Tempio del tennis, su un totale di undici finali che rappresentano un altro record per i tornei del Grande Slam. Un trionfo giunto senza perdere neanche un set. Un trionfo che lo proietta ancora di più al vertice della classifica all-time dei vincitori dei Major.

I giardinetti possono attendere, la famiglia può avere un altro po’ di pazienza. Il Re è tornato. E non ha ancora finito di segnare la Storia.

Come non ha finito Gigi Proietti, ormai di gran lunga il più grande attore italiano vivente. Ieri sera ho avuto il privilegio di vederlo interpretare Edmund Kean al Globe Theatre di Villa Borghese. Un’emozione indescrivibile.

A quasi ottant’anni, il Genio romano ha recitato un monologo di quasi due ore rasentando la perfezione. Solo, sul palco che nell’estate capitolina omaggia l’estro di William Shakespeare, ha trascinato un pubblico delirante nell’Inghilterra dell’Ottocento: è stato Edmund Kean (uno dei più grandi attori di tutti i tempi), ma al contempo è stato Otello, è stato Shylock, è stato Amleto, è stato Riccardo III.

Una metarecitazione dall’intensità emotiva inarrivabile; che ha fatto ridere e piangere, commuovere e riflettere; che ha suscitato passioni occulte e dimenticate, che di nuovo eruttavano violente nel palpito selvaggio del cuore.

Vedere dal vivo un Maestro, poterlo contemplare, poter ammirare ogni suo gesto, ogni sua parola – è qualcosa di inenarrabile. E’ come un sogno lungo due ore, che al risveglio ti lascia ancora con la trepidazione con cui ti aveva avvinto – ma che non si può spiegare a chi non l’ha vissuto.

Si può descrivere il bacio della luna, la carezza del vento, la spavalderia di una stella che nella notte ammicca. Ma la stella più fulgida calcava un palco di legno che riproduce quello su cui si esibiva il Bardo.

Una goccia di immortalità. Perché a volte, un Campione può scrivere la Storia. A volte, la Storia può farsi Leggenda. Ma, in rarissimi casi, la Leggenda si innalza ad abbracciare gli astri che col fuoco ne incidono il nome fra i cieli imperituri.

Lunga vita, allora, a voi, Roger e Gigi. A voi sul cui capo fa corona l’alloro che non potrà mai appassire. A voi che vi ergete come pilastri sull’immacolata vetta del Destino. A voi, eroi semplici e inarrivabili, che avete avuto l’ardire di piegare il Tempo.

Why does Evil exist?

Why does Evil exist

Last summer, a young friend of mine asked me the following question: if God already knows that we are going to misbehave – then why doesn’t He prevent us from doing it?

That’s a really clever question, which deals with two long-debated issues: free will and theological determinism. The latter is the view that all the events are pre-ordained by God, and it’s a special form of determinism: the philosophical position that every event is necessitated by antecedent events and conditions together with the laws of nature.

If this is the case – which I don’t think[1] -, free will may be at risk, because man wouldn’t really have a choice: to the extent that Martin Luther (De servo arbitrio, 1525) and John Calvin (De aeterna Dei praedestinatione, 1552) could claim, on this basis, that people can’t achieve redemption through their own decisions, and are predestined to salvation or damnation regardless of merit and guilt.

This is in conflict with the Catholic tradition mostly represented by Saint Thomas Aquinas, who was sure that human beings have free will, and salvation depends on us. Yet, if so, another concern rises: the problem of theodicy, or divine justice. Put another way, why does Evil exist?

That leads us back to my friend’s question: if, in fact, God is omnipotent, omniscient and omnibenevolent, that would mean He knows what we are going to do and, since He’s wholly good and has unlimited power, He could and should want to stop us from making bad decisions – then why does He let it happen?

Protestants try to respond we can’t pretend to understand God’s mind – which is actually a non-answer. On the other hand, those who relate the issue to people’s decisions, state that free will is a gift granted to us by God – thus, it can’t be simply removed.

That’s an unsatisfactory answer, especially considering bad examples like Stalin or Mao or Hitler – but it can be a starting point. In fact, I think the premise that man has got free will is right[2] – and free will is the reason why bad things can happen. But there’s another question to raise: what are the conditions which allow us to exercise free will?

In order to answer, I’d like to quote Giovanni Pico della Mirandola, who thought that men are the miracle of creation because, alone among all other beings, they are constrained by no limits, and can determine themselves according to their free will – unlike, e.g., the Angels, who are necessitated to do good (Oratio de hominis dignitate, 1486).

That’s the key point, to me. Evil is the flip side of free will – better, it’s a prerequisite for free will: because, if Evil didn’t exist, man would have no choice – no other choice than doing good.

This means that God has a terrible price to pay, because He leaves us free to choose – to choose even our fate -, although it isn’t His will “that one of these little ones should perish” (Matthew 18,14): that’s what Friedrich Nietzsche called God’s hell – His love for mankind (Also sprach Zarathustra, 1883-85). Such an absolute love as to enable man to rise to the level of the Angels, although this implies the risk of degenerating to the level of the brutes.

Therefore, free will may be the answer. And certainly, love is the last word.

 

 

[1] I don’t want to enter into the debate between compatibilism and incompatibilism: for I view I subscribe to, I would refer to De Caro, Il libero arbitrio. Una introduzione, 2004.

[2] Again, I’m not going to enter into the debate about the existence of free will: I shall confine myself to suggesting that the sceptical arguments, mostly based on a metaphysical background (see, e.g., Roderick Chisholm, Responsibility and Avoidability, 1961), can be opposed by De Caro’s argument (quoted above) about an ontological-causal pluralism, according to which men, as agents, can act through a peculiar form of causation, irreducible to physical causality.

La luce che ci hai donato splenderà per sempre

 

Charlie Gard.png

Non c’è nulla di più tragico della morte della speranza. Eternamente prigioniera, perennemente confinata sul fondo del vaso di Pandora da cui i peggiori tra i mali avevano invece ottenuto da un giudice stolto e incauto uno sconto di pena.

Nessuna pietà, invece, per un bambino di dieci mesi. Solo un rinvio dell’esecuzione che appare una cinica strategia per far attenuare il clamore, l’ennesima beffa mascherata da un sussulto di compassione verso Chris e Connie Gard: come se potesse esserci – e fosse quantificabile – un tempo che permetta a due genitori di abituarsi all’idea che lo Stato stia per assassinare il loro bambino. Charlie.

Condannato a morte – dacchè non è un malato terminale – “per il suo bene”. Un bene stabilito a tavolino da un perfetto estraneo, perché i suoi genitori sarebbero stati troppo emotivamente coinvolti per rendersene conto (pretenderebbero che il loro bimbo viva: che roba!).

Di fronte a leggi così inique, neppure Socrate avrebbe potuto chinare il capo. Di fronte all’ipocrisia di un mondo che trasforma la barbarie in norma, che spaccia i capricci per diritti, che oltretutto finge indignazione fuori tempo massimo, non possiamo più tacere: perché il silenzio ci renderebbe complici.

Complici come quanti, dopo mesi di silenzio assordante, esternano in queste ore banali frasi di circostanza illudendosi che basti a lavare le loro coscienze: e mi riferisco in particolare a politici e media italiani, patetiche banderuole che si limitano a registrare la direzione in cui soffia il vento, la tempesta scatenata dai cuori della Rete (quella vera, non i quattro gatti dei Cinque Stalle).

Sepolcri imbiancati! Che parlano per convenienza e cinismo, o perché non possono più farne a meno – per mostrarsi belli agli occhi di coloro che invece scorgono chiaramente il marcio che hanno dentro.

Voci che gridano, e se tacessero loro griderebbero le pietre. Come forse dovrebbe rammentare anche il Vaticano – sempre sollecito quando si tratta di migranti o dei fantomatici cambiamenti climatici -, che ha continuato ad andare in ordine sparso producendo perle come quella di mons. Paglia, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita (sic!): il quale, di fronte a una vicenda così orripilante, non ha trovato di meglio che blaterare di “clamori mediatici talvolta tristemente superficiali“. Quanti avevano lanciato appelli affinché la Chiesa facesse sentire la sua voce, forse rimpiangono di non averle chiesto il silenzio.

E forse un giorno, quando si ricostruiranno i passi che hanno portato lo Stato, per interposta Corte Europea dei Diritti Umani (sic!), ad arrogarsi il diritto di assassinare deboli e innocenti, ci si chiederà dov’erano coloro che si battono per la vita: e con amarezza si concluderà che il popolo non aveva taciuto – mentre le gerarchie ecclesiastiche tentavano pavidi equilibrismi, addirittura cercando di giustificare la condotta dei medici che si apprestavano a vestire i panni del boia.

E’ finita, quindi? Non per te, piccolo, innocente Charlie, no: se anche il miracolo che in tanti ci auguriamo non dovesse realizzarsi, scommetto che per te c’è già un seggio fra le braccia del cielo, in quella Città di Dio dove la pietra scartata dai costruttori diventa testata d’angolo. Possono illudersi quanto vogliono di star spegnendo la tua fiamma – e non sanno che la tua vita, la tua vera vita, sta invece per sbocciare.

Qualcos’altro è invece, realmente, finito. Perché un’Europa che abbandona, anzi estirpa le sue radici – prima culturali e ora biologiche – è finita. Un’Europa che difende le banche anziché i popoli, che ha a cuore gli interessi di tecnocrati e poteri forti a scapito della sua progenie, che abdica alla cultura della vita in favore di una folle antropologia della morte – che pretende di decidere quali vite sono degne di essere vissute, che spaccia per accanimento terapeutico l’ossigeno dopo il cibo e l’acqua – è finita. Un’Europa che rifiuta di proteggere, anzi assassina senza appello i suoi figli (mentre un appello per un cane o un gatto o uno scoiattolo non lo si nega mai), è finita. E, seguendo Giuliano Guzzo, viene davvero il sospetto che l’Isis non stia distruggendo l’Occidente, ma solo finendo il lavoro.

Per una volta, allora, converrà cambiare l’invocazione: noli parcere sepulto, sed vivis! Perché sembra proprio che l’ora delle tenebre stia tornando.

E allora, piccolo Charlie, da lassù, dalla tua culla che oscillerà su una stella, se vorrai, prega per noi: per tutti noi, che non abbiamo saputo difenderti e proteggerti come meriti. Possa il tuo Amore illuminare i nostri passi – e noi lo seguiremo. Perché la luce che ci hai donato splenderà per sempre.

#JesuisCharlieGard