Gioventù sprecata

Stamattina a Roma, mentre andavo al lavoro, la metro era strapiena. Molto più del solito, intendo. Piena di ragazzini diretti alla manifestazione ambientalista “Fridays for future”.

Vedere così tanti giovani coinvolti in una causa così completamente inutile e ridicola come i cambiamenti climatici fa cadere le braccia. E non consola più di tanto il fatto che probabilmente erano molto più motivati dalla possibilità di saltare la scuola che dall’esempio di quella ragazzina svedese i cui genitori andrebbero come minimo indagati per abuso di minore.

Certo, la colpa è soprattutto della pseudo-cultura sinistrorsa e dei media che da sempre le si genuflettono.

Ma potete anche dire una menzogna 1.000, 10.000, 100.000 volte. Magari ingannerete una marea di gonzi, ma la menzogna non diventerà mai una verità.

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Oltre Fodor. L’Ipotesi della Modularità Associativa

INTRODUZIONE

Nell’ambito delle scienze cognitive, uno dei più noti e più fortunati modelli sul funzionamento della mente è di certo la teoria della Mente Modulare. Sviluppata dal filosofo americano Jerry Fodor (1983, 2000), questa teoria sostiene che la mente sia composta da un grande numero di sistemi, i moduli appunto, che hanno precise caratteristiche: tra queste, le più importanti sono la specificità per dominio, in base a cui ogni modulo è specializzato nell’elaborazione di un certo tipo di input; e l’incapsulamento informativo, secondo cui i moduli non possono operare sugli output di altri sottosistemi.

Fodor (2000) riteneva che la modularità interessasse esclusivamente sistemi come quelli percettivi, mentre autori diversi, provenienti per lo più dalla psicologia evoluzionistica, l’hanno estesa anche ai processi cognitivi di ordine superiore (cfr. Cosmides e Tooby, 1992; Pinker, 1997; Sperber, 1994, 2001). È l’Ipotesi della Modularità Massiva, che però si fonda su un concetto controverso – quello di “incapsulamento ampio” (Carruthers, 2006).

Per cercare di superare le aporie di tali modelli, in questa sede proporremo una teoria modificata, che partirà dal concetto di “rete neurale” per affermare che i moduli sono nodi di singoli network cerebrali; che tali dominî di conoscenze, dopo aver operato su input specifici, sono in grado di “mettere a disposizione” della rete il risultato delle proprie elaborazioni; e che le singole funzioni cognitive emergono dall’integrazione delle informazioni provenienti da tutti i moduli che compongono un determinato network cerebrale. L’abbiamo chiamata “Ipotesi della Modularità Associativa”.

  1. La Mente Modulare

Nel 1983, Jerry Fodor scrisse un libro destinato a diventare una pietra miliare nelle scienze cognitive: The Modularity of Mind (in italiano: La mente modulare). In questo testo, il grande filosofo newyorchese enunciò tra l’altro i capisaldi della teoria secondo cui la mente è costituita da un insieme di sottosistemi cognitivi, in larga parte innati, denominati moduli (Fodor, 1983, 2000): caratterizzati da specificità per dominio (ogni modulo elabora un tipo preciso ed esclusivo di informazione) e incapsulamento informativo (i moduli sono impermeabili alle informazioni provenienti da altri dominî di conoscenze), questi sottosistemi agiscono in modo rapido, automatico e obbligato.

Ad esempio, secondo Fodor (1983, p. 91) «non si può evitare di udire una frase che è stata detta (in una lingua conosciuta) come una frase che è stata detta», allo stesso modo in cui non si può evitare di vedere uno stimolo visivo costituito da oggetti distribuiti in uno spazio tridimensionale.

Lo scienziato cognitivo americano ha sostenuto che la modularità fosse prerogativa di alcuni sistemi periferici di input e output, come quelli alla base della percezione visiva e uditiva, del controllo motorio, del riconoscimento delle facce e dell’elaborazione linguistica (un aspetto, quest’ultimo, almeno controverso). Per contro, la cognizione centrale (che comprende funzioni quali la presa di decisione, il ragionamento, la fissazione di credenze e l’attribuzione di stati mentali) avrebbe carattere “olistico”, ovvero globale (cfr. Marraffa e Paternoster, 2012). In questo modo, tuttavia, si postula indirettamente l’esistenza di un elaboratore centrale, che è inevitabilmente esposto alla cosiddetta “fallacia dell’homunculus”, la supposizione che l’esperienza e il comportamento umani si possano spiegare assumendo che nella nostra mente agisca un uomo in miniatura: se così fosse, però, anche nella mente dell’homunculus dovrebbe essere presente un homunculus, e così via ad infinitum (Ciminiello, 2018).

Nella tesi fodoriana è centrale la nozione di incapsulamento informativo, in favore della quale viene spesso chiamata in causa l’illusione di Müller-Lyer, in cui due linee identiche vengono percepite di lunghezza differente anche quando si è del tutto consapevoli delle loro reali dimensioni. L’interpretazione in chiave modularista di questo fenomeno è che il sistema cognitivo della visione è impermeabile rispetto alle credenze di sfondo: perciò, non si può fare a meno di percepire le due linee come una più lunga dell’altra (cfr. Adornetti, 2013).

 

L’illusione di Müller-Lyer.

 

Una posizione almeno parzialmente contrapposta a quella di Fodor è l’Ipotesi della Modularità Massiva, secondo cui anche i processi cognitivi superiori hanno carattere modulare: sostenuta da alcuni psicologi evoluzionisti (Cosmides e Tooby, 1992; Pinker, 1997; Sperber, 1994, 2001), tale teoria fa riferimento alla nozione di incapsulamento ampio, che prevede che un sistema cognitivo possa aver accesso a informazioni “esogene”, ma sia limitato nel numero di informazioni che può simultaneamente consultare (Carruthers, 2006). Tale nozione risulta però controversa, al punto che alcuni studiosi sostengono che si tratti di un uso improprio del termine “incapsulamento” (cfr. Prinz, 2006; Robbins, 2009; Samuels, 2005, 2006). In effetti, ricorda molto un artificio retorico teso a salvare il modello a spese dei fatti, anziché modificarlo sulla base dei nuovi dati.

Inoltre, una limitazione come quella postulata da Carruthers rischierebbe di allungare i tempi di azione della cognizione di alto livello: forse, al punto da rendere queste funzioni economicamente troppo costose, in termini di energia cerebrale, rispetto a quelli che sarebbero i benefici.

In generale, a nostro avviso è difficile poter conciliare l’Ipotesi della Modularità Massiva con una delle proprietà basiche della modularità fodoriana – l’incapsulamento informativo appunto. Se per esempio consideriamo la funzione cognitiva del linguaggio, studi recenti mostrano come essa dipenda (almeno) dai sistemi cognitivi alla base della pianificazione temporale, della navigazione spaziale e della cosiddetta “lettura della mente”: rispettivamente, il Mental Time Travel, il Mental Space Travel e il mindreading (Ferretti 2010, 2016; Ferretti e Adornetti, 2012; Ferretti et al., 2017; Ferretti e Cosentino, 2013).

Un caso come questo (che è analogo a molti altri) sarebbe stato spiegato da Fodor con l’olismo della cognizione centrale, che però, come si diceva poc’anzi, si espone alla fallacia dell’homunculus (cfr. Marraffa e Paternoster, 2012). Per contro, i teorici della Modularità Massiva devono presupporre che la funzione linguistica possa consultare solo un numero limitato di informazioni provenienti da altri sistemi: il che però rischia di rendere il linguaggio svantaggioso dal punto di vista dell’economia cognitiva.

A nostro avviso, per avvicinarsi alla soluzione della questione occorre cambiare prospettiva. E, più precisamente, bisogna partire da uno dei presupposti delle moderne neuroscienze cognitive: l’idea che le funzioni cognitive dipendono da complesse reti neurali, e in particolare emergono dall’interazione tra i nodi dei network cerebrali (Ciminiello, 2018; Marini, 2008, 2016). Una scoperta che, tra l’altro, affonda le sue radici nella storica metafora della mente umana come computer (cfr. Marraffa e Paternoster, 2012).

  1. La Modularità Associativa

La nostra ipotesi è che i nodi di una rete neurale si comportino in modo simile ai dispositivi facenti parti di un network di calcolatori. Sarebbero cioè uniti da appositi canali di comunicazione, e dalla loro interazione emergerebbero le funzioni cognitive superiori. E questa architettura si realizzerebbe sia a livello di aree e strutture cerebrali (l’hardware) che a livello di sistemi e sottosistemi mentali (il software).

Tuttavia, noi ipotizziamo che ogni nodo della rete elabori una sola categoria di informazioni, restando impermeabile alle informazioni provenienti dagli altri dominî di conoscenze: il che conferirebbe loro delle caratteristiche prettamente modulari. Ipotizziamo inoltre che ogni nodo “metta a disposizione” del network l’output delle proprie elaborazioni, e che le funzioni cognitive siano il risultato finale dell’integrazione, a livello di rete neurale, tra questi output.

Abbiamo chiamato questa teoria, in modo probabilmente ossimorico, “Ipotesi della Modularità Associativa”. Crediamo ci siano dei validi motivi per pensare che essa possa costituire, se non altro, un punto di partenza per una riflessione sulla natura della mente umana.

Torniamo all’esempio della funzione cognitiva del linguaggio: come abbiamo visto, l’elaborazione linguistica si fonda (almeno) sull’interazione tra Mental Time Travel, Mental Space Travel e mindreading (Ferretti 2010, 2016; Ferretti e Adornetti, 2012; Ferretti et al., 2017; Ferretti e Cosentino, 2013). Sistemi cognitivi che probabilmente potrebbero essere ulteriormente scomposti in determinati sottosistemi. In questa sede, però, si può postulare per semplicità che siano per la cognizione gli equivalenti degli atomi per la chimica – nel senso dei “mattoncini indivisibili” su cui si erigono le strutture superiori.

Nella nostra idea, ognuno di questi sistemi cognitivi agirebbe su un solo dominio di conoscenza, senza considerare gli output degli altri. Il Mental Time Travel, per dire, potrebbe occuparsi del reperimento di informazioni nella memoria, del monitoraggio durante lo svolgimento di una conversazione, della pianificazione del discorso in relazione a un obiettivo (Ferretti e Adornetti, 2012): ma non avrebbe alcun ruolo, per esempio, nell’attribuzione agli interlocutori di stati mentali come credenze o desideri, una funzione che è prerogativa del mindreading (cfr. Tomasello, 2008).

I tre sistemi sarebbero tra loro interconnessi (anche a livello fisico, per esempio tramite specifiche fibre associative tra le aree cerebrali che ne sono a fondamento) e, soprattutto, farebbero tutti parte della rete neurale deputata alla comprensione e alla produzione linguistica. Ognuno metterebbe quindi il risultato della propria elaborazione “a disposizione” del network cerebrale di riferimento. E il linguaggio emergerebbe infine dall’integrazione di queste informazioni.

Si badi che questa ipotesi non postula minimamente un homunculus che “controlli” le singole fasi dell’elaborazione cognitiva in modo simile a un direttore d’orchestra che diriga gli strumentisti. Piuttosto, riteniamo possibile che la funzione emerga quasi spontaneamente dall’interazione tra i diversi sistemi, come una sinfonia nata da un coro che non necessiti della guida di un maestro.

Inoltre, nell’Ipotesi della Modularità Associativa ogni sistema cognitivo potrebbe essere coinvolto in più reti neurali senza che ciò ne pregiudichi le proprietà modulari, dal momento che uno stesso tipo di output potrebbe essere messo a disposizione di più di un network.

Ancora, è interessante notare che, all’interno delle singole reti neurali, si potrebbero distinguere dei nodi indispensabili per l’emergenza di una funzione, detti “epicentri”, e altri che invece rivestirebbero una minore importanza. Una conseguenza di tale approccio, definito in letteratura “associazionista”, è che una lesione a un nodo della rete non determina necessariamente la perdita di un’abilità, che viene compromessa in modo più o meno grave in base all’entità della lesione stessa, ma anche all’importanza del nodo all’interno del network neurale (Marini, 2008, 2016). Non solo, questa concezione implica anche che lesioni a danno di due nodi o due epicentri differenti potrebbero dar luogo a compromissioni differenti.

Facendo ancora l’esempio della funzione linguistica, si può far riferimento alle due canoniche “aree del linguaggio”: l’area di Broca, ovvero il giro frontale inferiore sinistro; e l’area di Wernicke, ovvero il giro temporale superiore sinistro (Marini, 2008). Pierre-Paul Broca e Carl Wernicke erano due medici ottocenteschi che avevano notato una possibile correlazione tra la compromissione di determinate funzioni linguistiche e la presenza di gravi lesioni circoscritte a precise aree cerebrali – individuate dopo autopsia su pazienti deceduti, dal momento che all’epoca non esistevano le moderne tecniche di neuroimaging. Nello specifico, l’ipotesi era che una lesione all’area di Broca provocasse un deficit di produzione linguistica, laddove una lesione all’area di Wernicke avrebbe causato la compromissione della comprensione linguistica.

Oggi sappiamo che il quadro è più complicato di quanto immaginato 150 anni fa, e che le due aree identificate da Broca e Wernicke costituiscono due degli epicentri del network neurale alla base del linguaggio – ma non gli unici (Lüders et al., 1991; Marini, 2008; Ojemann et al., 1989; Papathanassiou et al., 2000; Schäffler et al., 1993). Nella nostra ipotesi, i due tradizionali centri del linguaggio potrebbero costituire due hardware cerebrali soggiacenti a precise (sotto)funzioni a carattere modulare che, inserendo nella rete neurale i risultati delle proprie operazioni, darebbero infine luogo all’emergenza del linguaggio.

  1. Criticità e possibili sviluppi

Un punto che certamente resta da verificare è la consistenza dell’Ipotesi della Modularità Associativa con l’interpretazione maggiormente accettata dell’illusione di Müller-Lyer.

Da un punto di vista concettuale, si possono fare varie ipotesi. Per esempio, si potrebbe pensare che la rete neurale alla base delle credenze abbia proprietà diverse rispetto al network a fondamento della visione, forse perché i sistemi percettivi sono più basilari rispetto alle funzioni cognitive superiori: il che, tra l’altro, non si discosterebbe più di tanto dall’idea fodoriana alla base della nozione di incapsulamento informativo.

Un’altra possibilità è quella che i due network neurali siano mutuamente interagenti – cosa che probabilmente avrebbe più senso, dal momento che buona parte delle nostre credenze si forma attraverso le esperienze sensoriali. In questo caso, si potrebbe ipotizzare una sorta di scambio di informazioni disparitario tra reti correlate, forse dovuto a una sorta di corto-circuito neurale.

Probabilmente non dovrebbe sorprendere che, alla fine, questo conflitto tra network cerebrali si risolva in favore del più ancestrale sistema visivo, dal momento che è noto come la parte più primitiva del cervello umano sia in grado di “silenziare”, in determinate circostanze, le aree maggiormente evolute: per esempio, in una situazione di potenziale pericolo alcune strutture del sistema limbico possono arrivare a “sequestrare” il comportamento, essendo cruciale per l’agente produrre risposte rapide e adeguate (come la fuga), anche a costo di affidarsi a informazioni imprecise e sommarie (cfr. De Caro e Marraffa, 2014; Guerini e Marraffa, 2015). Tuttavia, sarebbe molto interessante arrivare a capire cosa provoca, e con quali modalità, il corto-circuito tra reti neurali interconnesse che si risolve a favore delle strutture – e delle funzioni – più arcaiche.

Un corollario di queste ultime considerazioni è l’evidenza che non sempre l’azione segue una decisione razionale e cosciente. In effetti, vi è una linea teorica che nega decisamente la possibilità che gli stati mentali degli esseri umani abbiano un ruolo nel processo decisionale (cfr. Libet, 1985). Alcuni studiosi hanno voluto verificare questa ipotesi mediante un test in cui ai soggetti sperimentali era chiesto di premere uno tra due pulsanti quando avvertivano l’impulso a farlo: monitorando determinati “eventi” cerebrali, gli autori della ricerca sono riusciti, nel 60% dei casi, ad “anticipare” la scelta anche di 10 secondi (Soon et al., 2008).

Di fatto, la metodica di questo studio è abbastanza controversa, per esempio perché è difficile prendere come caso prototipico di una decisione libera l’atto di premere un pulsante nel momento in cui se ne avverte l’impulso (si pensi, per fare un paragone, a quando si sente l’impulso a starnutire). Inoltre, secondo la Teoria dei Giochi una vera decisione è operata in una condizione di incertezza tra diversi corsi d’azione, con possibilità alternative, in cui le diverse opzioni vengono valutate, pesandole, in base alle preferenze del soggetto. Poiché però nell’esperimento di Soon e colleghi non c’è alcuna ragione per preferire un pulsante rispetto all’altro, di fatto si può affermare che non si è neppure di fronte a una reale decisione.

Tuttavia, evitando conclusioni estreme, l’idea che le funzioni cognitive possano operare, almeno in parte, a livello inconscio potrebbe non essere così infondata: basti pensare al caso dell’intuizione. Ma anche nell’Ipotesi della Modularità Associativa nulla vieta che i processi che sfociano nell’emergenza delle varie funzioni possano occorrere in modo anche solo parzialmente inconsapevole.

In un simile framework, sarebbe di grande interesse poter studiare l’inizializzazione dei fenomeni sopra descritti, che verosimilmente dovrebbero essere innescati, seppure non in via esclusiva, da stimoli interni piuttosto che esterni. Una verifica potrebbe forse sfruttare il viaggio dell’informazione attraverso le “autostrade neuronali”: se infatti tale viaggio fosse più lungo in uno dei due casi, l’analisi dei tempi di transito (comunque rapidissimi) potrebbe consentire di discriminare tra le possibili fonti. Il che potrebbe essere dirimente anche per la questione della modularità.

Ragionevolmente, infatti, ci si dovrebbe aspettare tempi minori per un’elaborazione interna come quella postulata dall’Ipotesi della Modularità Associativa. Se invece si avesse una sorgente sensoriale come quella descritta da Fodor (1983), ma anche se vi fosse una limitazione nelle informazioni consultabili come quella immaginata dai teorici della Modularità Massiva (Carruthers, 2006), verosimilmente i tempi dovrebbero dilatarsi.

Altrettanto notevole sarebbe riuscire a determinare la natura – cosciente o meno – delle elaborazioni soggiacenti all’emergenza di una singola funzione. In ogni caso, però, l’eventuale presenza di processi inconsci non significherebbe necessariamente che l’Io è un epifenomeno, ovvero che i nostri stati mentali non abbiano potere causale a livello delle funzioni superiori. La mente infatti potrebbe, in un certo senso, attivare una sorta di “pilota automatico” che le consentirebbe un certo risparmio energetico, prima di “ritornare ai comandi” ove le circostanze lo richiedano.

Tornando ancora all’esempio del linguaggio, nell’Ipotesi della Modularità Associativa le operazioni dipendenti da Mental Time Travel, Mental Space Travel e mindreading potrebbero occorrere in modo inconscio, mentre la comunicazione vera e propria (ovvero la macrofunzione linguistica) potrebbe avvenire con il contributo decisivo della coscienza.

Proprio il linguaggio è al centro di un caso, unico al mondo, che rappresenta un’ulteriore sfida per l’Ipotesi della Modularità Associativa – e non solo: è il cosiddetto “caso Alex” (Marini et al., 2016).

Protagonista di questo caso è un ragazzo italo-rumeno che, a 19 anni, in seguito a un terribile incidente stradale perse l’intera funzionalità dell’emisfero sinistro del suo cervello: quello da cui, nei destrimani (come appunto Alex), dipende tra l’altro il linguaggio.

Contro ogni pronostico, però, in seguito a un protocollo riabilitativo particolarmente lungo e intenso il ragazzo è riuscito a recuperare quasi completamente le capacità linguistiche, e significativamente il recupero è avvenuto sia in italiano (la lingua in cui si svolgeva la terapia conversazionale) che in rumeno (lingua invece non trattata durante la riabilitazione). Ma l’aspetto che rende il caso unico al mondo è il fatto che, sottoponendo Alex a risonanza magnetica funzionale, è emerso chiaramente che le rinnovate capacità comunicative del paziente dipendevano dall’emisfero cerebrale destro. Si era cioè avuta una sorta di “passaggio di consegne” tra i due emisferi, ciò che in letteratura è noto come “switch cerebrale”.

I meccanismi di questo straordinario evento non sono ancora stati chiariti. Tuttavia, a noi non sembra assurdo che il trasferimento delle facoltà cognitive possa essersi giovato di un’architettura anatomo-funzionale come quella assunta con l’Ipotesi della Modularità Associativa. Una possibile alternativa, in effetti, chiamerebbe in causa una vecchia teoria, detta “olistica”, secondo cui le funzioni cognitive sono uniformemente distribuite in tutto il cervello: al punto che una lesione o una resezione encefalica non potrebbero compromettere irreversibilmente alcuna facoltà, poiché una nuova area potrebbe sempre compensare quella deficitaria o asportata. Tuttavia, questa tesi ha da tempo perso credibilità, non foss’altro per via dei danni che ha causato (cfr. Marini, 2016; Scoville e Milner, 1957).

Nel nostro modello, invece, le reti neurali possono estendersi a entrambi gli emisferi: e, vista la gravità delle lesioni subite da Alex, non appare impossibile che alcuni nodi del network localizzati nel lato destro del cervello del ragazzo siano riusciti a farsi carico di quelle funzionalità che gli usuali epicentri dell’emisfero sinistro non riuscivano più a sostenere.

In fin dei conti, dunque, l’Ipotesi della Modularità Associativa potrebbe almeno costituire lo spunto per una riflessione – non soltanto sul caso Alex: il quale, se non altro, dimostra perfettamente e una volta di più la straordinaria plasticità e l’incomparabile flessibilità del cervello umano.

CONCLUSIONI

In questo articolo, partendo dalla teoria della Mente Modulare (Fodor, 1983, 2000) e dalla sua evoluzione, l’Ipotesi della Modularità Massiva (cfr. Cosmides e Tooby, 1992; Pinker, 1997; Sperber, 1994, 2001), abbiamo cercato di delineare un nuovo modello di funzionamento della mente che superasse le difficoltà delle teorie tradizionali: l’Ipotesi della Modularità Associativa.

Questo modello riprende l’idea fodoriana secondo cui la mente è composta da una serie di sistemi caratterizzati, tra l’altro, da proprietà come la specificità per dominio e l’incapsulamento informativo (Fodor, 1983, 2000). Tali sistemi, chiamati moduli, nell’Ipotesi della Modularità Associativa mantengono le loro proprietà definitorie, ma in più vengono a coincidere con i nodi delle reti neurali da cui dipendono le funzioni cognitive (Marini, 2008, 2016). In effetti, la nostra teoria paragona i moduli a dei mini-computer tra loro interconnessi, ognuno dei quali elabora un tipo specifico di informazione; e sostiene che i risultati di tali elaborazioni vengano, per così dire, “messi a disposizione” dei singoli network cerebrali, in modo che l’interazione tra questi output risulti nell’emergenza delle facoltà mentali.

Lo psichiatra americano Brian Weiss ha affermato che «la mente umana è un mistero meraviglioso». Noi speriamo, nel nostro piccolo, di aver dato anche un minimo contributo per riuscire a gettare un po’ di luce su questo incomparabile mistero.

 

Mirko Ciminiello

 

 

 

Ringraziamenti

Un ringraziamento speciale va ai miei colleghi Emanuele Bergami e Lorenzo Ortolani, e a mio fratello Luca Ciminiello, per i preziosi confronti, i consigli, il costante stimolo anche critico.

E ai professori Francesco Ferretti, Ines Adornetti, Massimo Marraffa, Andrea Marini, Mario De Caro, per il loro incomparabile insegnamento.

 

 

 

Bibliografia

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Ai miei compagni di teatro. Semplicemente, grazie!

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Poco più di un anno di teatro. Tempo di bilanci. Okay, sono in ritardo di un mese, ma è anche vero che di solito non tratto argomenti (così) personali su questo blog. E, soprattutto, dovevo lasciar decantare le emozioni.

Otto date di The King, la nostra versione de Il Re Leone, tra lo spettacolo “originale” di aprile e la replica dello scorso ottobre. Ero curioso di mettermi alla prova perché, anche se può non sembrarlo, sono molto timido. Come avrei affrontato il palco? Come avrei affrontato un pubblico? Come avrei affrontato, come avrei superato i miei limiti?

Eppure, ora so che queste domande avevano poco senso. Di più, erano profondamente sbagliate. Perché si concentravano su un aspetto decisamente marginale.

Le sensazioni, le emozioni che ho provato, la vera ricchezza di questa esperienza non è – non può essere autoreferenziale. La vera ricchezza è la Bottega dei Ragazzi! La vera ricchezza sono le splendide persone che ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere! Dagli attori, grandi e piccoli (tra cui spicca, non me ne vogliano gli altri, la mia amatissima sorellina), alle straordinarie registe, la coreografa, i tecnici, gli assistenti di scena, tutti coloro che hanno lavorato dietro le quinte per consentire il successo di The King (e perdonatemi, vi prego, se nella fretta avessi dimenticato qualcuno)!

Ci sono infiniti più grandi di altri infiniti. Voi siete l’infinito del mio infinito! Siete nella mia mente e nel profondo del mio cuore, tutti e tutte voi! E a ognuno e ognuna di voi voglio dire, dal profondo del mio cuore, una parola dalla preziosa semplicità.

GRAZIE

Le firme della coscienza e l’errore di Sheldon

Recentemente mi è capitato di rivedere un episodio di The Big Bang Theory incentrato su una collaborazione scientifica tra Sheldon Cooper (Jim Parsons) e Amy Farrah Fowler (Mayim Bialik). Fondamentalmente, Amy stava lavorando a un esperimento teso a individuare le cosiddette “basi neurali” della coscienza, ovvero gli eventi cerebrali ad essa associati, mediante l’identificazione del momento esatto in cui prendiamo consapevolmente una decisione (in questa sede, coscienza è sinonimo di consapevolezza). Sheldon collegava allora la ricerca della fidanzata ai suoi studi sulla fisica, intuendo che l’esperimento di Amy avrebbe potuto costituire una validazione empirica della cosiddetta “interpretazione di Copenhagen“, permettendo di cogliere il momento esatto del “collasso della funzione d’onda” (ne ho parlato qui).

Verosimilmente, gli autori si sono ispirati agli esperimenti condotti da Soon e collaboratori (2008) e, soprattutto, da Stan Dehaene (2014). Questi ultimi in particolare sono notevolissimi, perché potrebbero veramente aver individuato le “firme” della coscienza, quattro eventi neurali che occorrono ogni volta che facciamo consapevolmente una scelta (per esempio, l’attivazione di una particolare onda cerebrale).

Più controverso è invece lo studio di Soon et al., che si basava su un esperimento condotto da Benjamin Libet (1985). L’idea era quella di identificare il momento in cui i soggetti sperimentali prendevano una “decisione libera”, che nella fattispecie consisteva nel premere un pulsante piuttosto che un altro. Tramite risonanza magnetica funzionale, gli autori dello studio hanno potuto “anticipare” di 7-10 secondi la decisione dei soggetti sperimentali (nel 60% dei casi), deducendo addirittura che il libero arbitrio non esiste, e che quelle che noi crediamo essere delle scelte consapevoli sono in realtà prese del tutto inconsciamente.

Di fatto, queste conclusioni sono decisamente opinabili, per esempio perché, in base alla Teoria dei Giochi sviluppata, tra l’altro, dal Premio Nobel per l’Economia John Nash (immortalato da Russell Crowe in A beautiful mind), l’esperimento non metterebbe neppure in gioco una vera decisione: non c’è infatti nessuna ragione per premere l’uno o l’altro pulsante, mentre un’autentica scelta mette in gioco una preferenza per una delle opzioni presentate. Senza contare che, nel 40% dei casi, l’esperimento era sostanzialmente fallito. Si può concludere che non c’è motivo per negare l’esistenza della coscienza e, quindi, del libero arbitrio.

In ogni caso, ammettendo che la coscienza esista, e che sia possibile individuarne i correlati neurali, l’intuizione di Sheldon resta clamorosamente sbagliata. Perché la falla è a monte, non a valle.

L’interpretazione di Copenhagen, infatti, postula che l’universo si ramifichi ogni volta che siamo di fronte a una decisione, ma che, dopo aver fatto una scelta, i possibili universi associati alle alternative scartate (o meglio, la loro “funzione d’onda”) collassino, in modo che solo l’universo correlato alla scelta effettuata diventi reale: se per cena sceglierò la pasta anziché la pizza, il possibile universo in cui avrei optato per la pizza semplicemente non esisterà più. A far da contraltare a questa teoria è la cosiddetta “interpretazione a molti mondi“, secondo cui ogni decisione ramifica effettivamente l’universo, e i rami sono ugualmente reali – pur non potendo interagire fra loro: se in un universo sceglierò la pasta per cena, in un altro opterò per la pizza, ed entrambi gli universi saranno reali, dando così vita al cosiddetto “multiverso“.

Interpretazione a molti mondi

Ora, tornando all’episodio di The Big Bang Theory incriminato, Sheldon sosteneva che, se si identifica, attraverso l’individuazione delle basi neurali della coscienza, il momento esatto in cui prendiamo una decisione, questo coinciderà con il momento del collasso della funzione d’onda: e ciò permetterebbe di validare empiricamente l’interpretazione di Copenhagen. Tuttavia, anche se fosse vera l’interpretazione a molti mondi si potrebbe identificare il momento in cui facciamo la scelta in questo universo – che potrebbe inoltre coincidere con il momento in cui prendiamo decisioni diverse nel multiverso. In pratica, l’esperimento di Amy non permetterebbe in alcun modo di discriminare tra le due teorie, anche considerando che la funzione d’onda non è altro che un artificio matematico.

Insomma, Sheldon resta un genio, forse un giorno vincerà il Nobel che sono riusciti a non conferire a Stephen Hawking, e magari scriverà anche l’autobiografia intitolata “Non c’è di che, umanità”. Ma anche i geni, a volte, possono sbagliare.

References

Dehaene, S., 2014, Coscienza e cervello. Come i neuroni codificano il pensiero, Raffaello Cortina, Milano (ed. it.).

Libet, B., 1985, Unconscious cerebral initiative and the role of conscious will in voluntary action, Behavioral and Brain Sciences 8 (4), pp. 529-539.

Soon, C. S. – Brass, M. – Heinze, H. J. – Haynes, J. D., 2008, Unconscious determinants of free decisions in the human brain, Nature Neuroscience 11, pp. 543-545.