Meno cinque dal voto

Contrordine, compagni!

Qui lo dico e qui (non) lo nego: se c’è una forza politica a cui dovrebbe essere associato il termine “populismo”, è il M5S.

Cos’altro infatti è il populismo, se non (nella sua accezione negativa) l’atteggiamento politico demagogico che ha come unico scopo quello di accattivarsi il favore della gente? Ma un simile atteggiamento – così sovente accostato ai partiti di destra – non si può forse ascrivere a qualunque forza politica?

Tanto più in un momento storico come quello attuale, contrassegnato da una forte disaffezione nei confronti della partecipazione alla cosa pubblica – oltre che da un più generale crollo valoriale -, parlare alla pancia della gente sembra il modo più sicuro ed efficace per ottenere il consenso.

Se a ciò si aggiunge il fatto che “spesso in politica non conta più di tanto cosa sia effettivamente vero, ma cosa il popolo crede che sia vero” (M. Ciminiello, Il Falconiere), si delinea la cornice perfetta per l’azione politica di un movimento ipoencefalico che si limita a urlare slogan da bar e a eccitare animi frustrati contro il nemico di turno.

Perché è questo, alla fine, il segreto del successo (per ora, fortunatamente, sempre e solo presunto) dei Cinque Stalle: l’isomorfismo con i propri elettori. L’elogio della mediocrità – nemmeno aurea, per giunta.

Del resto, l’Italia che non è più da tempo la culla della civiltà, proprio a causa di questo voltafaccia ha la “cultura” che merita (passa per intellettuale illuminato chi praticamente ha scritto un solo libro, per di più in parte copiato); ha la “televisione” che merita (non a caso i programmi più visti sono le serie sulla mafia e i reality/talent che concedono un quarto d’ora di celebrità a gente senza arte né parte); e, di conseguenza, ha i “politici” che merita.

E allora viene il dubbio che possa davvero aver ragione Povia quando canta, nel suo ultimo videoclip, che “era meglio Berlusconi” (per lo meno, il Berlusconi di cinque anni fa, ante Pascalem).

E intanto siamo a cinque giorni dal voto, e a cinque mesi dal referendum. E la speranza resta quella che, per una volta, non si voti con la pancia, ma con la testa. Anche perché, adattando l’aforisma all’attualità, resta vero che “nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede”. Renzi, Grillo & Co. no!

Elogio di Albertazzi, che fu più grande di quanto fece credere

L’immenso Giorgio Albertazzi disse di essere un perdente di successo. In questa frase sta, a mio modesto avviso, tutta la sua grandezza. Perché non ebbe timore di farsi beffe dei canoni del mondo. E, a dar retta a questi canoni, di perdente di successo ce n’è stato almeno un altro: si chiamava Gesù Cristo.

Giuliano Guzzo

attore

Leggo titoloni sulla morte di Giorgio Albertazzi (1923 –2016), il grandissimo del nostro teatro ieri scomparso e penso che come attore, in realtà, fosse molto più bravo di quanto coloro che ora ne piangono la morte

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Il successo ha un solo padre

Ivrea Montalto

C’era tutta Ivrea a spingere Re Arduino nella battaglia per la prima Corona d’Italia.

C’era tutta Ivrea a spingere Lorenzo Ciancio sul crinale del trionfo, che digradava verso l’attesa rivalsa.

La primavera era ormai scoppiata, brillava nell’aria ed esultava tra i campi di lucente smeraldo, beandosi dell’euforia della gioventù del Canavese.

Era maggio, erede del radioso maggio che fu, e di petali di rosa – il fiore di maggio – erano lastricate le vie su cui si innalzava leggero il passo del condottiero nero-arancio.

Una primavera dal sapore di impresa, come a voler dimostrare di non essere da meno della Juventus dei record della stagione corrente. E così ecco la rimonta, una rimonta epica fatta di classe e talento, condita da nove vittorie consecutive – un intero girone in cui i Giovanissimi eporediesi non hanno conosciuto che il successo.

E non si può non vedere la mano del destino nel simbolismo dell’ultima e definitiva affermazione, giunta nel giorno in cui Torino ricorda, tremante di emozione, i campioni invitti che la nebbia di Superga trasse a sé per aprire loro le porte della leggenda.

E come Valentino Mazzola si rimboccava le maniche e faceva saettare il “quarto d’ora granata”, così Ciancio, ergendosi sulle rosse torri, ha guidato il suo esercito alla conquista dell’ambito alloro – e non a caso il nome Lorenzo deriva dal serto posto sul capo di generali e poeti vittoriosi.

Diceva Theodore Roosevelt che coraggio non significa avere la forza di andare avanti, ma andare avanti quando non si ha la forza. E quello della gioventù di Ivrea è il trionfo del coraggio, della tenacia, della costanza.

C’è stato il momento di stringere i denti, c’è stato il momento di lottare nel fango, c’è stato il momento di resistere al calore: ma alla fine il sole illumina di nuovo il Ponte Vecchio specchiandosi nella cerulea Dora.

Ci aveva provato, il Bollengo Albiano – l’ultima squadra ad aver inchiodato sul pari l’armata nero-arancio. Ci aveva provato arroccandosi, ovvero riconoscendo fin da subito la superiorità eporediese. Ci aveva provato confidando nella voglia di rivincita dell’erede di Re Arduino.

Non è mai facile quando si tratta di un fatto personale. Si è meno concentrati, meno lucidi, più inclini ad ascoltare il sussurro dell’emotività. Non è facile neppure quando si è il leader, la punta di diamante, l’uomo di riferimento.

Ma, a volte, è il prestigio a fare la differenza, a volte è l’aura di imbattibilità. A volte, quando si ha un talento così puro, la sola presenza basta a intimidire gli avversari – lo ha abbondantemente dimostrato Capitan Totti.

E il trionfo può avvenire nel giorno più difficile, nel giorno in cui il tabellino osserva perplesso la mancanza del nome più atteso, nel modo forse meno spettacolare: ma Pelé non segnò forse su rigore la sua millesima rete da professionista?

E si badi: il successo può avere molti zii, ma – nonostante il celebre adagio – di padre ne ha uno solo. E l’Ivrea Montalto innalza già l’inno al nome di Lorenzo Ciancio.

 

Cannabis, Saviano attacca Marchini. Che lo asfalta

Giuliano Guzzo

Marchini

«Marchini e il figlio salvo dal coma perché non si è mai fatto canne. Ignoranza, disinformazione e proibizionismo: i veri alleati delle mafie»: la critica che, via Twitter, lo scrittore Roberto Saviano ha mosso al candidato

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Cos’è la verità?

Quid est veritas

– Sei davvero sicuro di volerlo sapere? –

Un brivido percorse la schiena di Stefano. Lord Nefas ghignò beffardo.

– Ah, gli uomini… – continuò, – quanto spesso si dicono ossessionati dalla verità… eppure, immancabilmente… odieranno colui che gliela svelerà… –

Il tiranno aveva assunto un tono quasi paterno, che lo rendeva ancora più agghiacciante – anche se il giovane cercò di non battere ciglio.

– Eppure, se ci pensi… – proseguì lord Nefas, – c’è della logica… La verità mette a nudo il proprio cuore… come uno specchio che non mente… e porta alla luce ogni segreto… ogni difetto… ogni  colpa… Per questo… in realtà… a nessuno piace che gli venga rivelata la verità… quando è tanto più semplice ignorarla… –

 

Lord Nefas (adattato da La Lingua di Babele – Il Tamburo di Nørthed)