Come va?

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Hume: Credo bene…

*David Hume (1711-1776) è stato un filosofo scozzese, il terzo e il più radicale degli empiristi britannici dopo Locke e Berkeley. Nacque a Edinburgo da una famiglia di nobili origini ma non particolarmente ricca, che auspicava per lui una carriera nell’ambito della giurisprudenza: Hume, però, decise ben presto di dedicarsi alla filosofia.

Nel corso della sua vita, ricoprì vari incarichi politici nelle principali corti europee, che gli consentirono tra l’altro di entrare in contatto con gli ambienti dell’Illuminismo parigino e di conoscere Jean-Jacques Rousseau.

Queste frequentazioni influenzarono notevolmente la filosofia di Hume, orientandolo verso la ricerca di una “scienza della natura umana” – non a caso, la sua opera principale è il Trattato sulla natura umana: a tale scopo, delineò un “modello empirista della conoscenza” che pure finirà per criticare anche la fede illuministica nella ragione.

Hume sostenne infatti che l’unica fonte di conoscenza sia costituita dall’esperienza: tuttavia, secondo il filosofo scozzese la quasi totalità della conoscenza fenomenica non è certa, ma solo probabile (fanno eccezione le conoscenze matematiche). Hume aderì così a una corrente scettica diversa da quella tradizionale – per esempio, rigettò la sospensione del giudizio.

Il filosofo britannico analizzò vari aspetti apparentemente scontati (come l’esistenza del principio di causalità), declassandoli a semplici “credenze”, abitudini necessarie alla vita umana anche perché ormai troppo radicate nella mente dell’uomo: per esempio, per Hume il mondo fisico non è che un insieme di stimoli e sensazioni provenienti dall’esterno che il nostro intelletto trasforma in una determinata idea – ma che, di fatto, cessano di esistere nel momento in cui noi smettiamo di percepirle, anche se abbiamo l’impressione contraria.

Hume si occupò anche di filosofia della religione, assumendo un punto di vista antireligioso che lo portò a considerare la fede come un sentimento irrazionale che non migliora l’uomo a livello morale – anzi, spesso lo peggiora.

Inoltre, si dedicò anche alla questione del libero arbitrio, di cui si discuteva la compatibilità con il determinismo (l’idea che ogni evento sia necessitato dagli eventi precedenti e dalle leggi di natura): Hume negò che la libertà possa essere compatibile con l’indeterminismo – che impedirebbe l’autodeterminazione, rendendo gli eventi del tutto casuali -, sostenendo piuttosto che il libero arbitrio sia compatibile con il determinismo (e aggiungendo che il mondo è deterministico).

David Hume, ormai ricco, morì a Edinburgo a causa di un tumore intestinale. Nel suo testamento, chiese che sulla sua tomba fossero indicati solo il suo nome e le date di nascita e morte, lasciando ai posteri il compito di aggiungere il resto.

Come va?

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Berkeley: Bene, mi sembra…

*George Berkeley (1685-1753) è stato un filosofo, teologo e vescovo anglicano irlandese, uno dei tre grandi empiristi britannici assieme a Locke e Hume. Sostenitore della tesi per cui Dio è l’unica causa della realtà naturale, Berkeley era persuaso che la filosofia dovesse avere come obiettivo quello di confermare e avvalorare la visione della religione.

Concetto fondamentale per la filosofia di Berkeley è l’immaterialismo, la dottrina per cui la materia non esiste al di fuori della mente: gli oggetti che noi crediamo esistere derivano infatti dalle impressioni dei sensi che ci danno una falsa percezione di materialità, come in un sogno; la realtà, però, non consiste che in una serie di idee (particolari, non universali come quelle postulate da Platone) che esistono solo quando vengono percepite da uno spirito umano. Si tratta delle idee di Dio, che le imprime nell’uomo facendo sì che siano percepite come fatti e oggetti corporei. Nella formula di Berkeley, Esse est percipi, ovvero “l’essere (di un oggetto) significa essere percepito”.

Berkeley nega decisamente l’esistenza dei corpi e di qualsiasi sostanza materiale, affermando che non se ne possa inferire l’esistenza a partire dall’esperienza: anticipa così, in qualche modo, la visione scettica di David Hume, rispetto al quale però riconosce l’esistenza di uno spirito infinito (Dio) come causa dell’esperienza. Inoltre, estremizzando la posizione del suo predecessore John Locke, Berkeley rifiuta la distinzione tra qualità primarie (oggettive) e qualità secondarie (soggettive), sostenendo che tutte le qualità siano in realtà secondarie.

La città californiana di Berkeley prende il nome dal filosofo irlandese, così come la famosa Università della California che ha lì la propria sede principale.

Come va?

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Giulio Cesare: Sa, si vive per i figli, e poi marzo è il mio mese preferito…

*Gaio Giulio Cesare (100-44 a.C.) è stato un politico, militare, oratore e scrittore romano, considerato uno dei personaggi più influenti della Storia. Apparteneva a un’antica famiglia patrizia, la gens Iulia, che si diceva discendesse da Iulo (figlio di Enea e nipote di Venere): tuttavia, la famiglia di Cesare non era particolarmente ricca.

Questo inizialmente ostacolò la carriera del futuro dittatore, così come la parentela con Gaio Mario, suo zio e leader della fazione dei populares (democratici), cui si opponeva il partito degli optimates (conservatori) di Lucio Cornelio Silla: quando questi divenne dittatore, nell’82 a.C., Cesare lasciò Roma per recarsi in Asia a svolgere il servizio militare. Qui partecipò alla sua prima battaglia, distinguendosi per il suo coraggio.

Cesare rientrò a Roma solamente dopo la morte di Silla, avvenuta nel 78 a.C., e decise di dedicarsi alla carriera forense. Durante un viaggio con destinazione Rodi venne rapito dai pirati, che chiesero un riscatto molto alto: Cesare disse che i suoi amici avrebbero consegnato loro più del doppio della somma richiesta – cosa che in effetti avvenne. Una volta liberato, Cesare armò delle navi, catturò i pirati e li uccise tutti, restituendo ai compagni la somma raccolta.

Al ritorno a Roma, iniziò l’ascesa politica di Cesare: tribuno militare, questore, edile curule, pontefice massimo, pretore, si avvalse del supporto (anche finanziario) di Marco Licinio Crasso, e al contempo si avvicinò alle posizioni di Gneo Pompeo Magno. Grande ammiratore di Alessandro Magno, vedendone una statua durante una visita a Cadice scoppiò in lacrime, dolendosi di non aver ancora compiuto grandi imprese a un’età in cui Alessandro regnava già su popoli e nazioni. Dopo essere stato propretore (governatore) della Spagna Ulteriore, nel 60 a.C. Cesare fu eletto console per l’anno successivo; stipulò inoltre con Crasso (l’uomo più ricco di Roma) e Pompeo (il generale di maggior successo) un accordo privato che sarebbe stato definito “primo triumvirato”.

Tra il 58 e il 50 a.C., Cesare si dedicò alla conquista della Gallia, un’impresa che lui stesso descrisse nei Commentarii de bello Gallico. La spedizione, che il Senato aveva approvato nella speranza che la popolarità di Cesare scemasse, fu intervallata da ulteriori attacchi (in Germania e Britannia), ma anche dalla repressione di varie rivolte: l’ultima, quella di Vercingetorige, si concluse con la vittoria decisiva di Cesare, che segnò la sottomissione definitiva della Gallia.

Nel frattempo, nel 53 a.C. era morto Crasso, sconfitto a Carre dai Parti. Il Senato, intimorito dai successi di Cesare, appoggiò sempre più apertamente Pompeo e, dopo la conclusione delle operazioni in Gallia, impose a Cesare di sciogliere le sue legioni entro la fine del 50 a.C. e tornare a Roma da privato cittadino. I tribuni della plebe, che avrebbero potuto esercitare il diritto di veto contro la decisione del Senato, furono costretti a lasciare Roma all’inizio del 49 a.C.: a quel punto, Cesare varcò con il suo esercito il Rubicone, il confine sacro oltre il quale non si poteva entrare in armi. Pronunciando la storica frase alea iacta est (“il dado è tratto”), Cesare dichiarava guerra al Senato e alla Repubblica. Tali vicende sono state narrate in prima persona da Cesare nei Commentarii de bello civili.

Dopo alcune fasi alterne, lo scontro decisivo avvenne a Farsàlo, in Tessaglia, dove Cesare, seppure in inferiorità numerica, inflisse a Pompeo una rovinosa sconfitta. Pompeo cercò rifugio in Egitto, presso il Faraone Tolomeo XIII, che in quel frangente stava affrontando una contesa dinastica con la sorella Cleopatra VII. Confidando di ottenere il favore del vincitore di Farsàlo, Tolomeo fece uccidere Pompeo, di cui presentò la testa imbalsamata a Cesare: questi, però, intendeva riappacificarsi col rivale, e comunque non poteva tollerare l’assassinio di un suo concittadino. Decise di quindi di appoggiare le rivendicazioni di Cleopatra che, secondo la leggenda, gli si presentò sbucando completamente nuda da un tappeto che un suo fedele amico srotolò davanti al condottiero. I due divennero amanti, e dalla loro unione nacque un bambino, Tolomeo XV Cesare, più noto come Cesarione.

Nel frattempo, i pompeiani si erano riorganizzati, e Cesare dovette riprendere la guerra civile. Dapprima, nel 47 a.C. sconfisse il Re del Ponto Farnace II, in una battaglia che non creò a Cesare la minima difficoltà, tanto che si dice che il grande generale abbia commentato la vittoria con le parole veni, vidi, vici (“sono venuto, ho visto, ho vinto”). Cesare partì quindi per l’Africa, dove i suoi nemici erano guidati da Marco Porcio Catone (l’Uticense), e li sconfisse nel 46 a.C. a Tapso, nell’odierna Tunisia: Catone si suicidò a Utica, mentre i figli di Pompeo, Gneo e Sesto, e l’ex luogotenente di Cesare Tito Labieno ripararono in Spagna. Qui, a Munda, ebbe luogo nel 45 a.C. l’ultima battaglia della guerra civile, che si concluse con la vittoria definitiva di Cesare.

Rimasto ormai senza oppositori, Cesare fece ritorno a Roma, dove il 14 febbraio del 44 a.C. ottenne la dittatura perpetua. A quel punto, però, iniziò a essere accusato di volersi proclamare Re di Roma, un’aspirazione che il condottiero avrebbe sempre negato. Cesare si autonominò console per l’anno in corso assieme al fidato Marco Antonio, una decisione che scontentò Gaio Cassio Longino, che aspirava a sua volta al consolato.

Cassio iniziò quindi a ordire una congiura anticesariana, nella quale coinvolse il cognato Marco Giunio Bruto, nipote di Catone Uticense e figlio di un’ex amante di Cesare, che secondo Plutarco aveva delle ragioni per crederlo suo figlio. Bruto discendeva da Lucio Giunio Bruto, illustre tirannicida e fondatore della Repubblica, e nei primi mesi del 44 a.C. fu oggetto di un’anonima campagna fatta di biglietti e scritte sui muri (“Dormi, Bruto?”) che lo esortavano all’azione per difendere le istituzioni repubblicane. Terzo leader del complotto fu Decimo Giunio Bruto Albino, mentre non aderì il grande oratore Marco Tullio Cicerone, che pure simpatizzava per i congiurati (celebre è la sua irridente definizione di Cesare come “marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti”).

Secondo la tradizione, la morte di Cesare fu preceduta da un grande numero di presagi, al punto che perfino sua moglie Calpurnia, terrorizzata da un sogno premonitore, pregò Cesare di non recarsi alla seduta del Senato prevista per le Idi di marzo del 44 a.C. (il 15 marzo): giorno, peraltro, da cui un aruspice di nome Spurinna aveva ammonito il dittatore di guardarsi. Decimo Bruto riuscì a convincere Cesare a recarsi nella Curia di Pompeo, dove il Senato si riuniva da quando, nel 52 a.C., la Curia era stata distrutta da un incendio. Lungo la strada, Cesare venne avvicinato da un suo amico, il filosofo Artemidoro di Cnido, che gli consegnò un libello con i nomi dei congiurati: il dittatore, però, non riuscì a leggerlo a causa della folla che lo pressava da ogni lato. Giunto a destinazione, Cesare scorse Spurinna, a cui gridò beffardo che le Idi di marzo erano arrivate: a cui l’indovino replicò che sì, erano arrivate – ma non erano ancora passate.

Cesare si sedette al suo seggio, dove fu subito attorniato dai congiurati, che fingevano di dovergli chiedere grazie e favori: nel frattempo, Decimo Bruto tratteneva Marco Antonio fuori dall’edificio, per evitare che potesse intervenire. A un segnale convenuto, Publio Servilio Casca Longo sfoderò il pugnale e colpì per primo Cesare. Ferito superficialmente, il dittatore cerco di difendersi, ma si ritrovò circondato. Raccolse le proprie vesti per pudicizia e, quando vide anche Bruto farglisi contro, gli rivolse le sue ultime parole: Tu quoque, Brute, fili mi? (“Anche tu, Bruto, figlio mio?”). Cesare cadde ai piedi della statua di Pompeo, e spirò, trafitto da ventitré coltellate, di cui forse, però, una sola fu mortale.

A Cesare vennero tributati onori divini. Suo erede fu il giovane pronipote Gaio Ottavio che, una volta adottato, assunse il nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Nessun diritto di successione poté mai rivendicare Cesarione, il figlio di Cleopatra, la quale divenne l’amante di Marco Antonio. I cesaricidi, che si erano illusi di avere l’appoggio del popolo, si trovarono invece del tutto isolati, e dovettero fuggire in gran fretta dalla città, presto incalzati da Antonio e Ottaviano. Si dice che, nel 42 a.C., Bruto vide l’ombra di Cesare che gli preannunciò che si sarebbero rivisti a Filippi: proprio in questa città della Macedonia, nell’ottobre di quell’anno, ebbe luogo la decisiva battaglia che sancì la vittoria dei cesariani. Bruto e Cassio si suicidarono dopo la disfatta: a due anni dall’assassinio di Cesare, la sua vendetta era compiuta.

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Cartesio: Bene, penso…

*René Descartes, latinizzato in Cartesius e italianizzato in Cartesio (1596-1650) è stato un filosofo e scienziato francese, considerato il fondatore della matematica e della filosofia moderna. Di salute cagionevole, studiò in un rinomato collegio gesuita che lo istruì principalmente nella filosofia: in seguito, l’incontro con il medico olandese Isaac Beeckman orientò gli interessi di Cartesio verso le scienze matematiche – e, grazie ai suoi possedimenti terrieri, Descartes poté continuare i suoi studi senza preoccuparsi del proprio sostentamento.

Dopo aver intrapreso alcuni viaggi in Europa, Cartesio si stabilì in Olanda, forse perché si trattava di un Paese più liberale (si consideri che, dopo la sua morte, le sue opere furono messe all’Indice): qui, nel 1637, pubblicò in forma anonima la sua opera principale, il Discorso sul metodo, in cui enunciava i princìpi della sua filosofia. Cartesio era convinto che la matematica fosse la scienza universale che avrebbe permesso di unificare ogni altra scienza. Allo stesso tempo, applicando il dubbio scettico, Cartesio concluse che nessuna conoscenza può essere esente dal dubbio, tranne una: l’esistenza dell’uomo. Infatti, anche ammettendo che un “genio maligno” metta in discussione ogni certezza (eventualmente attraverso l’inganno), solo chi esiste può essere ingannato e dubitare di essere ingannato e, se dubita, pensa, quindi esiste. E’ il principio enunciato attraverso la celeberrima formulazione Cogito ergo sum.

Di qui, Cartesio passò ad analizzare il rapporto che l’anima, in quanto pensiero (res cogitans), intrattiene con il corpo, in quanto estensione (res extensa): Descartes sostenne che tale rapporto si manifesti in un dualismo – sia pure meno estremo rispetto a quello platonico -, in quanto sarebbe possibile distinguere le funzioni peculiari dell’anima e quelle esclusive del corpo. Il retaggio di questa visione è ancora oggi ben vivo nel lavoro di Noam Chomsky e nella tradizione linguistica che a lui fa riferimento – anche se al concetto di anima è stato sostituito quello di “mente-cervello”. E, del resto, il grande neuroscienziato portoghese Antonio Damasio ha intitolato L’errore di Cartesio la sua opera più nota, in cui cerca di superare, attraverso le moderne tecniche di indagine neurofisiologiche, la separazione tra emozione e intelletto.

Cartesio propose quindi una triplice prova ontologica dell’esistenza di Dio, un Dio benevolo che ha dotato l’uomo di mente e corpo e non può desiderare di ingannarlo: Dio diventa così il garante dello stesso metodo cartesiano – un punto criticato da autori come Thomas Hobbes, che accusarono Descartes di aver teorizzato l’esistenza di Dio per garantirsi i criteri di verità necessari a dimostrare l’esistenza di Dio.

Nel 1649, Cartesio si recò a Stoccolma dalla regina Cristina di Svezia, desiderosa di approfondire la sua filosofia. Ella però pretendeva di seguire le lezioni di Descartes alle cinque del mattino, e questo, unito al rigido inverno scandinavo, minò nuovamente la salute del filosofo francese. Cartesio morì nel 1650 per una polmonite – anche se recentemente è stata avanzata l’ipotesi di un avvelenamento, che però non ha trovato grandi consensi. In suo onore, la sua città natale, La Haye en Touraine, nel 1801 è stata ribattezzata La Haye-Descartes, e nel 1966, dopo la fusione con un comune vicino, Descartes.

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Lorenzo de’ Medici: Magnificamente!

*Lorenzo de’ Medici, detto Lorenzo il Magnifico (1449-1492), è stato un politico, scrittore, poeta, umanista e mecenate italiano, signore de facto di Firenze a partire dal 1469. Figlio di Piero il Gottoso e nipote di Cosimo il Vecchio, Lorenzo nacque quando la famiglia Medici era all’apice del suo potere in quella che gli storici hanno definito criptosignoria, e ricevette un’accurata preparazione politica e un’importante educazione umanistica.

Nel dicembre 1469, Piero de’ Medici morì per un’emorragia cerebrale dovuta a complicazioni legate alla gotta, e Lorenzo, che pochi mesi prima aveva sposato Clarice Orsini, a soli vent’anni divenne, di fatto, il signore di Firenze assieme a suo fratello, il sedicenne Giuliano. Seguendo le orme del padre e del nonno, Lorenzo non accettò ufficialmente il potere, ma nella pratica lo accentrò nelle proprie mani, perseguendo una politica di rafforzamento delle istituzioni repubblicane in senso filo-mediceo; in politica estera, invece, Lorenzo si dedicò all’ampliamento territoriale della Repubblica fiorentina (con la conquista di Volterra), mentre al contempo arginava le ambizioni espansionistiche di Papa Sisto IV.

L’inasprimento dei rapporti diplomatici tra Firenze e lo Stato della Chiesa indusse il Pontefice a tessere contro i Medici una serie di intrighi, culminati nella Congiura dei Pazzi ordita dall’omonima famiglia di banchieri fiorentini. Il 26 aprile 1478, giorno di Pasqua, mentre ascoltavano la Messa a Santa Maria del Fiore, Lorenzo e Giuliano furono aggrediti al momento dell’Elevazione: Giuliano fu accoltellato a morte, mentre Lorenzo, seppur ferito, riuscì a rifugiarsi in sagrestia, per essere poi salvato dalla sollevazione del popolo fiorentino che, venuto a conoscenza dell’attentato sacrilego, si scagliò contro i congiurati. Nel giro di pochi giorni, i principali responsabili dell’aggressione – tra cui figurava l’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati – vennero impiccati.

Sdegnato per l’esecuzione di un ecclesiastico, Sisto IV scomunicò Lorenzo e i maggiorenti della Repubblica e, dopo aver riunito attorno a sé una coalizione anti-medicea, dichiarò guerra a Firenze. A fine 1479, dopo mesi di lotte estenuanti, col consenso della Signoria Lorenzo lasciò in gran segreto Firenze per recarsi a Napoli, per trattare direttamente con Re Ferdinando I, alleato del Papa. Anche grazie alle pressioni della nuora Isabella Maria Sforza (la cui famiglia era storicamente vicina ai Medici), Ferdinando accondiscese alle richieste di Lorenzo e ritirò le sue truppe dalla Toscana. Il Magnifico poté quindi fare ritorno a Firenze, che lo acclamò come salvatore della patria: quando poi, nel 1480, Sisto IV, sempre più in difficoltà e minacciato anche a est dagli Ottomani, offrì la pace e sciolse Lorenzo dalla scomunica, il Magnifico divenne l’ago della bilancia dell’Italia.

A questo punto, Lorenzo si dedicò a espandere i confini della Repubblica, tanto con la diplomazia che con l’esercito, anche grazie al fatto che, dopo la morte di Sisto IV, il conclave del 1484 aveva eletto al Soglio Pontificio Innocenzo VIII, fautore di una politica filo-medicea. A tutto ciò, Lorenzo aggiunse l’attività di mecenate, che lo portò a sponsorizzare artisti del calibro di Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, Andrea del Verrocchio e un giovanissimo Michelangelo Buonarroti. Lo stesso Lorenzo, inoltre, fu un importante letterato, autore, tra l’altro, dei Canti carnascialeschi, di cui si ricordano versi celeberrimi quali “Quant’è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza”.

Dalla metà degli anni Ottanta, la salute di Lorenzo cominciò a declinare a causa della tara ereditaria della gotta. Il Magnifico rimase poi fortemente turbato dagli attacchi del domenicano Girolamo Savonarola, che lo accusava di aver corrotto i costumi fiorentini con il suo paganesimo classicheggiante, e di aver soppresso le libertà repubblicane. Nella primavera del 1492, Lorenzo ebbe il tracollo definitivo, anche a causa di un’ulcera sottovalutata dai medici l’anno precedente. La cancrena dovuta a quest’ulcera portò Lorenzo il Magnifico alla morte a soli 43 anni. Quando lo seppe, Caterina Sforza, signora di Imola e contessa di Forlì, esclamò: “Natura non produrrà mai più un simile uomo!”

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Cristoforo Colombo

Colombo: Si tira avanti…

*Cristoforo Colombo (1451-1506) è stato un navigatore ed esploratore italiano, scopritore delle Americhe e tra i principali protagonisti delle grandi scoperte geografiche tra il XV e il XVI secolo.

Di origine genovese, iniziò a navigare quando era adolescente, per poi trasferirsi in Portogallo, dove il fratello minore Bartolomeo lavorava come cartografo. Basandosi sulle sue carte geografiche, ma anche sui racconti dei marinai e sui “reperti” restituiti dall’Oceano Atlantico, Colombo iniziò a convincersi che al di là delle Azzorre dovesse esserci una terra, e che questa dovesse essere l’Asia: cominciò quindi a concepire l’idea di una rotta breve per le Indie.

A partire dal 1483, Colombo cercò qualcuno che potesse finanziare la sua impresa: ma il suo progetto venne bocciato a più riprese dai Sovrani del Portogallo, della Spagna, dell’Inghilterra e della Francia. Nel 1492, le sue risorse economiche si erano ridotte al punto da dover vendere libri e disegnare mappe per provvedere a sé e alla propria famiglia.

A quel punto, però, un vescovo e un sacerdote, entrambi confessori di Isabella di Castiglia, convinsero la Regina di Spagna ad acconsentire alla partenza di Colombo. Lei e Ferdinando II di Aragona finanziarono così il primo viaggio del grande navigatore, che partì da Palos de la Frontera il 3 agosto 1492 su tre caravelle: la Niña, la Pinta e la Santa María. In una formidabile imitazione di Umberto Eco, Fiorello ha detto che Colombo partì con una caravella per sé – la Santa María -, una per l’equipaggio – la Niña – e una per la birra – la Pinta.

Va detto che Colombo sottostimava enormemente la distanza tra le isole Canarie e la costa asiatica, che è circa cinque volte maggiore di quella calcolata dal grande navigatore: al punto che nessuna nave, all’epoca, sarebbe stata in grado di percorrere il viaggio dalla Spagna al Giappone. In effetti, l’opposizione incontrata da Colombo si basava proprio sull’idea che una traversata oceanica fosse tanto lunga da risultare impossibile – e non sulla credenza che la Terra fosse piatta, già smentita fin dall’antichità e comunemente rigettata nel Basso Medioevo: questa leggenda deriva dal romanzo di uno scrittore ottocentesco, lo statunitense Washington Irving, che in odio alla Chiesa Cattolica descriveva falsamente Colombo come unico sostenitore della sfericità della Terra contro la pretesa ignoranza medioevale imposta dal cattolicesimo. Come invece si è visto, l’appoggio ecclesiastico al grande navigatore  fu cruciale per superare le resistenze della corte castigliana.

Nel corso del suo primo viaggio, Colombo si imbatté in fenomeni sconosciuti come la declinazione magnetica – lo scostamento del polo magnetico dal nord geografico. Il 10 ottobre ci fu un principio di ammutinamento, e forse Colombo dovette promettere che, se entro tre o quattro giorni le vedette non avessero scorto alcuna terra, le caravelle sarebbero tornate indietro. Ma il 12 ottobre 1492, il marinaio spagnolo Rodrigo de Triana, a bordo della Pinta, distinse la costa: quello stesso giorno le caravelle sbarcarono su un’isola che Colombo battezzò San Salvador, oggi corrispondente, con tutta probabilità, a un’isola delle Bahamas.

Il grande navigatore non seppe mai di essere approdato in un nuovo mondo: ne ebbe al massimo il sospetto – e del resto il nuovo continente venne battezzato America dal nome del fiorentino Amerigo Vespucci, il primo a capire che si trattava di una terra ignota. Colombo avrebbe poi effettuato altri tre viaggi verso le Americhe, ma questi ebbero minore fortuna, tanto da far perdere al grande navigatore l’appoggio dei reali di Spagna.

Cristoforo Colombo morì nel 1506 a Valladolid, per un attacco di cuore dovuto forse alla sindrome di Reiter. I suoi resti riposano oggi nella cattedrale di Siviglia.

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San Tommaso: Tutto sommato, bene!

*San Tommaso d’Aquino (1225-1274) è stato un teologo, filosofo e accademico italiano, uno dei pensatori più illustri della filosofia Scolastica, definito dai suoi contemporanei Doctor angelicus ed elevato da Papa Pio V a Dottore della Chiesa.

La sua data di nascita non è nota con esattezza. Figlio minore dei conti d’Aquino, e pertanto destinato – secondo l’usanza dell’epoca – alla vita ecclesiastica, a cinque anni Tommaso venne mandato all’abbazia benedettina di Montecassino per ricevere l’educazione religiosa. Durante l’adolescenza, Tommaso proseguì i suoi studi a Napoli, dove entrò in contatto con l’ordine dei Domenicani, di cui entrò a far parte. In seguito, fu allievo, a Parigi e Colonia, del futuro Sant’Alberto Magno, di cui fu assistente e che lo avviò all’insegnamento.

Nel 1273, mentre celebrava la Messa, ebbe una sorta di rivelazione, in seguito alla quale non volle più scrivere né dettare nulla, affermando che quanto aveva scritto gli sembrava paglia in confronto a ciò che aveva visto. Nel 1274, mentre era in viaggio per partecipare al Concilio di Lione, Tommaso si ammalò gravemente: morì di lì a poco, nell’abbazia di Fossanova, intorno ai cinquant’anni.

L’opera principale di San Tommaso è la Summa Theologiae, in cui vengono trattate grandi questioni teologiche come il rapporto tra fede e ragione. Per Tommaso, essendo entrambe doni di Dio, fede e ragione non possono contraddirsi: la ragione, ammettendo di non poter dimostrare i dati della fede, riconosce che questi non sono mai assurdi o contro la ragione stessa; e ogni verità che si possa scoprire non minaccerà mai la Rivelazione, ma al contrario rafforzerà la conoscenza complessiva dell’opera divina e della Parola di Cristo.

Altri scritti fondamentali di Tommaso sono i commenti alla Scrittura, le Questioni disputate e i commenti ad Aristotele. L’Aquinate è infatti il punto di raccordo tra la filosofia classica e il pensiero cristiano. Tuttavia, smarcandosi dalla tradizione precedente che affermava la superiorità della filosofia, Tommaso sostenne il primato della teologia sulla base dei contenuti divini che questa affronta: tanto da definire la filosofia come ancilla theologiae e regina scientiarum.

Per San Tommaso, il punto di discrimine tra filosofia e teologia è la dimostrazione dell’esistenza di Dio, che il Doctor angelicus espose nelle celebri “cinque vie”: ex moto et mutatione rerum, per cui tutto ciò che si muove esige un motore primo, e non si può andare indietro all’infinito alla sua ricerca; ex ordine causarum efficientium, per cui una cosa non può essere causa efficiente di se stessa, ma necessita di una causa prima incausata; ex rerum contingentia, per cui l’esistenza di esseri generabili e corruttibili – cioè contingenti – non può che rimandare all’esistenza di un essere assolutamente necessario; ex variis gradibus perfectionis, per cui gli esseri hanno diversi gradi di perfezioni trascendentali (come bontà, verità, nobiltà), ma solo un grado massimo di perfezione rende possibili, in quanto causa, i gradi intermedi; ex rerum gubernatione, per cui, nell’universo, le azioni di realtà non intelligenti sono dirette a uno scopo, quindi, non essendo in loro questa intelligenza, ci deve essere un’intelligenza ultima che le ordina a un fine.

Come si può notare, queste argomentazioni prendono il via da dati sensoriali, procedendo poi con un ragionamento a posteriori. Questo perché, secondo San Tommaso, ogni tipo di conoscenza umana parte dall’esperienza sensibile: solo le intelligenze angeliche, infatti, sono in grado di apprendere direttamente gli intelligibili. La conoscenza è quindi un processo di adeguamento reciproco dell’anima (dell’intelletto) e della cosa. Ma alcune verità possono essere conosciute solamente per fede, a partire dalla rivelazione divina.

San Tommaso indirizzò diversi aspetti della filosofia del tempo: la già citata questione del rapporto tra fede e ragione, le tesi anti-averroistiche sull’anima, il tema dell’autorità della religione e della teologia. Il pensiero dell’Aquinate è stato così significativo da aver dato il nome a una corrente filosofica: il Tomismo.

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Dante Alighieri

Dante: Sono al settimo cielo!

*Dante Alighieri, battezzato Durante (1265-1321), è stato un poeta, scrittore e politico italiano, considerato il padre della lingua italiana. La sua fama è legata soprattutto alla Comedìa, che Boccaccio rinominò Divina Commedia, ma Dante esplorò numerosi generi letterari, segnando profondamente l’intera cultura occidentale: tanto da essere stato soprannominato il “Sommo Poeta”, o il Poeta per antonomasia.

La data di nascita di Dante non è nota con esattezza, ma viene fissata al 1265 per via di alcune indicazioni autobiografiche riportate nelle sue opere: come nella Divina Commedia, che è ambientata nel 1300 e inizia col celeberrimo verso Nel mezzo del cammin di nostra vita – all’epoca, la durata della vita umana era fissata a 70 anni.

Il padre di Dante era un guelfo, appartenente a una famiglia borghese agiata che garantì a Dante un’importante formazione intellettuale: il giovane Alighieri poté tra l’altro partecipare al dibattito letterario sulla lirica della “Scuola Siciliana”, prendendo posizione in favore di una lirica meno complessa e più soave: il Dolce stil novo.

A vent’anni, Dante sposò Gemma Donati: un matrimonio che non dovette essere molto felice, anche perché Dante amò per tutta la vita Beatrice (tradizionalmente identificata con Bice di Folco Portinari), a cui dedicò la Vita Nova e che idealizzò nella cantica del Paradiso, dove Beatrice è raffigurata come donna angelo e simbolo della Fede.

Intorno ai trent’anni, Dante iniziò la propria carriera politica. All’epoca, lo schieramento dei guelfi – ormai egemone a Firenze – si era diviso in due fazioni: i Guelfi Bianchi, fautori di una politica moderata volta a ottenere una maggiore autonomia dal Vaticano (cui apparteneva Dante); e i Guelfi Neri, il gruppo dell’aristocrazia finanziaria e commerciale di Firenze, più strettamente legata agli interessi della Chiesa. Dante cercò sempre di osteggiare le ingerenze di Papa Bonifacio VIII, da lui visto come emblema della decadenza morale della Chiesa: il Pontefice, però, inviò Carlo di Valois a dar manforte ai Neri, che presero il potere a Firenze avviando una politica di sistematica persecuzione dei Bianchi. Dante, che in quel momento si trovava a Roma per un’ambasceria, venne condannato a morte in contumacia, e costretto all’esilio: non avrebbe mai più rivisto la sua patria.

In questo periodo iniziò la stesura della Commedia, anche grazie all’ospitalità di alcuni mecenati, quali Moroello Malaspina, in Lunigiana, e Cangrande della Scala, a Verona. Nel 1318, per motivi sconosciuti, Dante si recò presso la corte di Guido Novello da Polenta, a Ravenna: qui morì nel 1321, a causa delle febbri malariche contratte al ritorno da Venezia, dove si era recato per un’ambasceria. A Ravenna si trovano tuttora le sue spoglie mortali, oggetto di una lunga diatriba con i Fiorentini, a cui i resti dell’illustre concittadino vennero negati perché i Ravennati ritennero che non meritassero il corpo di un uomo che avevano dispregiato in vita.

Lo stile di Dante è caratterizzato dal “plurilinguismo”, ovvero dalla capacità di usare più registri linguistici con sapienza, disinvoltura e armonia: come nella Commedia, in cui le tre cantiche corrispondono agli stili umile (l’Inferno), mezzano (il Purgatorio) e sublime (il Paradiso), ma al contempo presentano una viva commistione stilistica. La Divina Commedia è il capolavoro del Sommo Poeta: un viaggio nei tre Regni dell’Oltretomba, in cui Dante, ritrovatosi in una selva oscura per aver abbandonato la retta via, viene dapprima accompagnato da Virgilio, allegoria della Ragione; e poi, in Paradiso, da San Bernardo di Chiaravalle e da Beatrice, simbolo della Fede che oltrepassa i limiti della razionalità per portare l’anima alla visione di Dio.

Tra le altre opere di Dante, vanno annoverate la Vita nova, un prosimetro autobiografico che celebra l’amore per Beatrice, e comprende tra l’altro il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare; il Convivio, un saggio composto nei primi anni dell’esilio, incentrato sull’amore per la sapienza che viene offerta al lettore come una vivanda durante un banchetto; il De vulgari eloquentia, un trattato teso a esaltare la lingua volgare, scritto in latino perché questo era all’epoca l’idioma dei dotti e degli argomenti più importanti; il De Monarchia, un saggio che esprime il pensiero politico di Dante, secondo cui un Impero universale è la sola forma di Governo in grado di garantire unità e pace, e l’autorità del Monarca deriva direttamente da Dio e non è quindi soggetta a quella del Pontefice, che comunque l’Imperatore deve rispettare in quanto Vicario di Cristo.

Come va?

Giordano Bruno

Giordano Bruno: Infinitamente bene!

*Giordano Bruno, nato Filippo Bruno (1548-1600), è stato un filosofo, scrittore e monaco italiano, appartenente all’ordine domenicano: proprio in osservanza della regola domenicana, rinunciò al nome Filippo e assunse il nome Giordano.

In realtà, Bruno non fu mai davvero interessato alla vita religiosa o agli studi teologici, e i suoi dubbi verso dogmi come quello della Santissima Trinità lo portarono a rinunciare all’abito domenicano e a lasciare Roma. Scomunicato nel 1579, dopo essere stato arrestato in Francia, Bruno si trasferì in Inghilterra, dove tenne alcune lezioni a Oxford sulle teorie copernicane. A Londra pubblicò alcune delle sue opere più importanti, tra cui il dialogo filosofico De l’infinito, universi e mondi.

In effetti, il pensiero di Bruno ruotava attorno all’idea dell’infinito: caratteristica dell’universo in quanto creato da un Dio infinito – e infinitamente potente. Un universo descritto secondo la teoria di Copernico, che toglieva centralità alla Terra – e all’uomo, in quanto culmine della Creazione. Inoltre, Bruno sostenne l’esistenza di infiniti mondi, in ciò anticipando alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverso.

Dopo anni di peregrinazioni in Europa, Bruno fece ritorno in Italia, forse nella speranza di ottenere una cattedra all’Università di Padova (quella dell’insegnamento fu un’ambizione costante nel corso della sua vita). Nel 1592, venne arrestato e incarcerato a Venezia dall’Inquisizione. Iniziò quindi il lungo processo per eresia, al termine del quale, dopo aver rifiutato di abiurare, Bruno venne condannato al rogo. Sembra che, dopo la lettura della sentenza, abbia detto ai giudici: “Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza, che io nell’ascoltarla”. Nel 1600, Bruno venne condotto in piazza di Campo de’ Fiori, legato a un palo e bruciato vivo.

Quattrocento anni dopo, Papa Giovanni Paolo II espresse profondo rammarico per la morte di Giordano Bruno, pur non riabilitando la sua opera che resta incompatibile con la dottrina cristiana.

Come va?

Erasmo da Rotterdam

Erasmo: Bene da matti!

*Erasmo da Rotterdam (1466/69 – 1536) è stato un teologo, umanista e filosofo olandese, considerato il massimo esponente dell’Umanesimo cristiano. Nato a Rotterdam o Gouda, nei Paesi Bassi, firmò i suoi scritti con lo pseudonimo di Desiderius Erasmus.

Al centro del suo pensiero vi fu sempre il tentativo di conciliare i valori del mondo classico con la pietas del Cristianesimo delle origini. Erasmo elaborò un progetto di riforma religiosa volto a far fronte a quelli che lui considerava i più grandi pericoli per la fede, come il decadimento morale del clero. Tuttavia, precisò sempre di non voler attaccare la Chiesa in quanto istituzione, tanto da rifiutare di seguire Martin Lutero sulla strada della Riforma protestante (che tradizionalmente si considera iniziata il 31 ottobre 1517, con l’affissione delle 95 tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg).

Benché Erasmo, di indole estremamente moderata, avesse sempre cercato di evitare lo scontro con Lutero, la polemica scoppiò soprattutto in relazione alla tematica del libero arbitrio: è infatti del 1524 il De libero arbitrio, lo scritto in cui Erasmo satireggiava la dottrina luterana del “servo arbitrio”.

L’opera più importante di Erasmo, però, è senza dubbio l’Elogio della Follia, pubblicato per la prima volta nel 1511: si tratta di un saggio in cui la Follia, personificata, loda se stessa, ma sotto l’apparenza scherzosa rivela delle verità profonde. Come nell’ultima parte dello scritto, in cui Erasmo, rifacendosi a San Paolo e al mito della caverna di Platone, realizza un’apologia della fede cristiana, per cui occorre farsi stolto per diventare sapiente, poiché la saggezza umana è follia agli occhi di Dio e viceversa.

Nei suoi ultimi anni, il suo rifiuto di prendere una posizione netta nella controversia tra cattolici e protestanti rese Erasmo inviso a entrambi gli schieramenti. Il grande umanista morì nel 1536 a Basilea, e fu sepolto nella locale cattedrale, ormai adibita al culto protestante – benché avesse sempre rifiutato di cambiare confessione, rimanendo fino all’ultimo fedele al Cattolicesimo.