LA COMMEDIA DIVINA… MA NON TROPPO! (VII)

 

ATTO II

 

Scena I

 

(Dante e Virgilio sbucano sulla spiaggia ai piedi della montagna del Purgatorio)

 

VIRGILIO: Prima di entrare in questo regno, ci terrei a farti presente che iniziamo ad avvicinarci alle alte sfere, ragion per cui sarebbe il caso che la navicella del tuo ingegno alzasse le vele…

DANTE (smarrito): Eh?!

VIRGILIO (sospira, tra sé): Già, pure io vado a parlare di ingegno… (Rivolto a Dante) Vabbè, facciamo che dovresti parlare il meno possibile…

(In quel mentre, Dante scorge un vecchio dall’aspetto dignitoso e dalla barba e i capelli bianchi e lunghi: è Catone Uticense, il custode del Purgatorio)

CATONE: Chi siete voi che contro al cieco fiume fuggita avete la pregione etterna? Son le leggi d’abisso così rotte? O è mutato in ciel novo consiglio, che, dannati, venite a le mie grotte?

DANTE (lo addita entusiasta): Ma quello lo conosco!!! E’ Albus Silente!!! Per caso c’è anche Harry Potter?

VIRGILIO (gli tappa la bocca, poi dice a mezza voce): Vuoi stare zitto una buona volta?! Quello è Catone, il custode del Purgatorio! (Lo spinge a terra per farlo inginocchiare, e in quel mentre si accorge che Dante sta ridendo sotto i baffi) Si può sapere che hai da ridere, adesso?

DANTE (sottovoce): No, è che sai… Catone… mi aspettavo un gigante… questo qui al massimo è un Catino! Ho giusto i vestiti impolverati…

VIRGILIO (gli affonda la testa nella sabbia, poi si rivolge a Catone): Perdonaci, ma non siamo venuti di nostra iniziativa. Donna scese del ciel…

CATONE: Sì sì, questa storia la conosce tutto l’oltretomba… del resto sentendo costui avevo già capito chi eravate… potete passare, ma ricordate di prendere i pass prima di entrare nel Purgatorio vero e proprio.

VIRGILIO (ringrazia Catone, poi risolleva Dante e gli dice tra i denti): Guarda tu che razza di figure mi fai fare…

DANTE: Sì, però pure tu racconti sempre la stessa storia… sempre questa donna beata e bella che è scesa dal cielo… potresti…

(Virgilio lo fulmina con un’occhiataccia, poi i due poeti iniziano a camminare sulla spiaggia, dove a un tratto si trovano circondati da spiriti. All’improvviso uno di essi abbraccia Dante: è il suo amico Casella, musico e cantore)

CASELLA: Così com’io t’amai nel mortal corpo, così t’amo sciolta.

DANTE (imbarazzato, a Virgilio): Per caso è amico di Orsetto Latino…?

VIRGILIO (gli dà una gomitata): Ma che stai dicendo?! E’ Casella!

DANTE (lo addita entusiasta): Giucas Casella!!! Allora vedi che i maghi ci stanno! E dov’è Harry Potter?

VIRGILIO (gli dà una gomitata ancora più forte): Ma quale mago!!! E’ un musico, un cantore!!! Casella!!!

DANTE: Degli scacchi? Ma non erano 64? E le altre dove stanno?

CASELLA (a Virgilio, tra i denti): E’ fortunato che qua devo purificarmi dei miei peccati, sennò… VIRGILIO: Calmati, Casella… anzi, perché non ci canti qualcosa, così ti distrai?

(Casella annuisce e intona una canzone)

CATONE: Che cos’è questa musica terrena?! Qua dalle sei del mattino solo inni sacri! Su, muoversi, muoversi!!!

(Le anime si disperdono, mentre Dante e Virgilio si inoltrano nell’Antipurgatorio)

 

 

LA COMMEDIA DIVINA… MA NON TROPPO! (VI)

 

Scena VII

 

(Dante e Virgilio proseguono fino ad arrivare al nono cerchio, nella zona di Antenora, dove sono puniti i traditori della patria, confitti nel ghiaccio fino al collo. Qui Dante viene incuriosito dalla vista di due anime che giacciono in un’unica buca, una delle quali divora il cranio dell’altra: si tratta del conte Ugolino della Gherardesca, esponente guelfo, e dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, capo dei ghibellini, che lo aveva fatto imprigionare assieme a due figli e due nipoti nella torre della Muda, lasciandoli morire di fame)

 

DANTE: Maestro, potrei parlare con Hannibal Lecter?

VIRGILIO (sgranando gli occhi): Con chi?!

DANTE: Con… quello spirito… che sta… mangiando quell’altro…

VIRGILIO (che comincia a farci l’abitudine e quindi non si scompone più di tanto): Ma sei sicuro di volerci parlare? Sei “svenuto” davanti a Paolo e Francesca e Pier delle Vigne…

DANTE: Si, ma non capita tutti i giorni di incontrare un serial killer!!!

(Virgilio sospira e poi schiocca le dita per richiamare l’attenzione degli spiriti. La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli del capo ch’elli avea di retro guasto)

UGOLINO: Tu vuo’ ch’io rinnovelli disperato dolor che ‘l cor mi preme già pur pensando, pria ch’io ne favelli. Tu dei saper ch’i’ fui conte…

DANTE: Dracula!!!

(Il ghiaccio inizia a tremare pericolosamente. Virgilio tappa la bocca a Dante e lo tira indietro)

VIRGILIO: Vi chiedo umilmente scusa, conte… proseguite pure…

UGOLINO (in tono assassino): …Ugolino! E questi è l’arcivescovo Ruggieri. Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, fidandomi di lui, io fossi preso e poscia morto, dir non è mestieri. Io senti’ chiavar l’uscio di sotto all’orribile torre; ond’io guardai nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. Ambo le man per lo dolor mi morsi; ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia di manicar, di subito levorsi e disser: “Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni, e tu le spoglia”. Queta’mi allor per non farli più tristi; lo dì e l’altro stemmo tutti muti; ahi dura terra, perché non t’apristi? Poscia che fummo al quarto dì venuti, Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, dicendo: “Padre mio, ché non mi aiuti?”. Quivi morì; e come tu mi vedi, vid’io cascar li tre ad uno ad uno tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi, già cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.

(Ugolino riprende a mordere il cranio di Ruggieri. Dante e Virgilio si allontanano)

VIRGILIO (stupito dall’impassibilità di Dante): Una storia toccante, no?

DANTE: Sì… però… non lo so… manca di mordente… (In un istante Virgilio pensa ad almeno cinque morti diverse da applicare a Dante, il quale nel frattempo scorge in lontananza un enorme mostro con le ali da pipistrello) E quello laggiù chi è, Batman? Però, com’è diventato brutto!!! E Robin dov’è? Si è appartato con lady Marian nella foresta di Sherwood?

VIRGILIO (digrignando i denti): Ma perché non fai un po’ d’ordine in quella cavità che ti ostini a chiamare testa? Hai messo insieme tre cose che non c’entrano niente!!! Quello là è il signore delle tenebre!!! Lucifero!!!

DANTE (rabbrividendo): Ah…

VIRGILIO (approfittando dello smarrimento di Dante): Come vedi, ha tre bocche che stritolano con i denti tre peccatori. Il primo è Bruto, il secondo è Ca…

DANTE: Cattivo!!! Sono Brutto e Cattivo!!!

VIRGILIO (con veemenza): Ma no! Cassio!

DANTE (scosso): Vabbè… calmati maestro… non c’è bisogno di imprecare…

VIRGILIO (stupito): Imprecare?!

DANTE: Beh… hai detto… (sottovoce, quasi timoroso) Cassio…

VIRGILIO (tra i denti): Intendevo i cesaricidi, Bruto e Cassio! (Sospira) Lasciamo perdere… indovini almeno chi è il terzo? Bruto, Cassio e…

DANTE: Sempronio!!!

VIRGILIO (si volta verso Lucifero): Non è che ti è rimasto un po’ di spazio per un quarto…? (Si sente il gorgheggio di Beatrice e Virgilio si rivolta verso Dante, lanciandogli un’occhiata assassina) E’ Giuda Iscariota! (Sospira) Almeno abbiamo finito col primo regno… possiamo passare al Purgatorio…

DANTE: Ma… maestro… come facciamo ad uscire di qui?

VIRGILIO (ghigna con perfidia): Te lo faccio vedere subito!

(Virgilio assesta una solenne pedata sul didietro di Dante)

DANTE: E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 

 

LA COMMEDIA DIVINA… MA NON TROPPO! (V)

 

Scena VI

 

(Dante e Virgilio riprendono il cammino fino ad arrivare nell’ottavo cerchio, nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, avvolti in fiammelle che li nascondono)

DANTE: Ma… sono anime, vero?

VIRGILIO (sgrana gli occhi per la sorpresa): Oh! Un barlume di intelligenza!

DANTE (che non ha sentito il commento di Virgilio, rimane incuriosito dalla vista di una fiamma con due punte): Maestro, chi c’è là dentro?

VIRGILIO: Là dentro si martira Ulisse e Diomede, e così insieme a la vendetta vanno come a l’ira.

DANTE (con gli occhi che gli brillano): Mi ci fai parlare? Tipregotipregotipregotiprego…

VIRGILIO: Va bene! Ma fa che la tua lingua si sostegna!

DANTE: Eh?

VIRGILIO (tuona): Non dire nemmeno una parola!!! (Dante annuisce spaventato) Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto.

(Si avvicina alla fiamma)

ULISSE E DIOMEDE (cui era arrivata voce delle “prodezze” di Dante e che ora hanno capito che non erano esagerazioni): Non pensarci neanche!!!

VIRGILIO (sospira): O voi che siete due dentro ad un foco, s’IO meritai di voi mentre ch’io vissi, s’IO meritai di voi assai o poco quando nel mondo li alti versi scrissi (Ulisse e Diomede fanno per allontanarsi), non vi movete; ma l’un di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi. (Sottovoce) Mi dispiace, ma a uno di voi gli tocca! Sapete, c’è un premio che mi aspetta…

(Ulisse e Diomede guardano Virgilio con aria assassina, poi si fissano l’un l’altro)

ULISSE: Pari!

DIOMEDE: Dispari!

ULISSE E DIOMEDE: But-tia-mo-le-giù!

DIOMEDE (trionfante): Tre e due, cinque! Ho vinto! Ho vinto! Tocca a te! Tocca a te!

(Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi imprecando pur come quella cui vento affatica)

ULISSE (sospira): Quando mi diparti’ da Circe, né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore; ma misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola dalla qual non fui diserto.

DANTE (sottovoce a Virgilio): Ma Ulisse aveva un’amante nana? (Virgilio lo fulmina con un’occhiataccia) Scusa ma… compagna picciola…

(Virgilio preferisce ignorarlo e torna ad ascoltare Ulisse, che non si è accorto di niente)

ULISSE: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

DANTE (ancora sottovoce a Virgilio): Perché è la loro scemenza?

VIRGILIO (tra i denti): Ma non ti avevo detto di tacere?! (Ignorando il sobbalzo di Dante, torna ad ascoltare il racconto di Ulisse)

ULISSE: N’apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non avea alcuna. Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto, ché de la nova terra un turbo nacque, e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.

(Ulisse e Diomede, lieti di essersela cavata così a buon mercato, si allontanano)

 

 

LA COMMEDIA DIVINA… MA NON TROPPO! (IV)

 

Scena V

(Dante e Virgilio arrivano nella foresta dei suicidi, dove si odono lamenti da ogni parte, ma non si vede nessuno. Dante si guarda intorno, impaurito)

 

VIRGILIO (con un ghigno): Se tu tronchi qualche fraschetta d’una d’este piante, li pensier c’hai si faran tutti monchi.

(Dante stacca un ramoscello da una pianta. Subito dall’albero fuoriesce un grido e scaturisce sangue: si tratta di Pier delle Vigne, consigliere e ministro di Federico II di Svevia che, caduto in disgrazia presso l’imperatore per l’invidia dei cortigiani, si uccise per protestare la propria innocenza e fedeltà)

PIERO: Perché mi schiante? Perché mi scerpi? Non hai tu spirto di pietade alcuno?

DANTE (che è corso a nascondersi dietro a Virgilio): Scusa, scusa! Non è colpa mia! E’ stato lui che mi ha detto…

VIRGILIO (lo interrompe rivolgendosi allo spirito): Ti prego di scusarlo, Piero… ha la sindrome del mago Forest… è idiota!

(Piero annuisce con l’aria di chi la sa lunga. Dante inizia ad indicarlo con aria entusiasta, convinto di aver capito di chi si tratta)

DANTE: Io lo so chi sei! Tu sei Piero… Piero Angela!!! Quello di Quack!!!

PIERO (esterrefatto): Cos’è, una papera?!

VIRGILIO (si volge verso Dante mettendosi le mani nei capelli): Ma perché ogni tanto non tieni a freno quella linguaccia!?! Lui è Pier delle Vigne!!!

(Dante inizia a ridere sotto i baffi)

VIRGILIO (sempre più irritato): E adesso che c’è?

DANTE (cercando di trattenersi): No… sai… è solo che… Pier delle Vigne… e l’hanno trasformato in pianta… se si chiamava Pier delle Navi lo trasformavano nel Titanic?!

(Piero colpisce in testa Dante con un ramo, facendolo svenire. Virgilio porge allo spirito le sue più sentite scuse, poi afferra Dante per una gamba e lo trascina fino al girone dei sodomiti. Qui Dante rinviene, trovandosi circondato da ombre. Uno spirito in particolare lo riconosce e gli afferra un lembo del mantello: è Brunetto Latini, vecchio maestro di Dante)

BRUNETTO: Qual maraviglia!

DANTE (con gli occhi che gli brillano): Siete voi qui, ser Orsetto?

BRUNETTO: Orsetto?! Brunetto!!!

DANTE (imbarazzato): Ah! No, sapete… orso bruno… brunetto… orsetto…

BRUNETTO (si volta verso Virgilio che nel frattempo, arrivato fino a 1000, è passato allo yoga, sperando faccia più effetto): Ma gli è successo qualcosa dopo la mia morte?! Perché io non me lo ricordavo mica così, questo…

DANTE (fa un passo indietro, riconoscendo la propria gaffe): Forse è meglio che parliate un attimo tra voi… tra Latini vi dovreste intendere… (Ride compiaciuto) Non so se si è capita la battuta… Brunetto Latini… lui è un poeta latino… questa era veramente buona!

VIRGILIO (ringhiando): Ma perché?! Perché continuo a darti retta?! Perché?! (Improvvisamente si sente il gorgheggio di Beatrice) Ah… ecco perché… (Si volta sconsolato verso Brunetto) Ti prego di perdonarlo… in ogni caso avrai capito che il viaggio di costui ha uno scopo preciso… quello di dimostrare a voi, anime disperate, che c’è qualcosa di peggio della pena a cui siete stati condannati…

(Brunetto annuisce e poi se ne va)

 

LA COMMEDIA DIVINA… MA NON TROPPO! (III)

 

Scena III

(Dante si risveglia nel cerchio dei golosi, perennemente sferzati da una pioggia scura e maleodorante, mista a grandine e neve)

 

DANTE: Cos’è successo?

VIRGILIO: Niente… non hai retto all’emozione e sei svenuto.

DANTE: Ah… però, che mal di testa!

VIRGILIO (sogghigna): E’ la botta che hai preso quando sei svenuto…

(Ricominciano a camminare, passando accanto alle ombre. All’improvviso uno spirito chiama Dante: è un fiorentino di nome Ciacco)

CIACCO: O tu che se’ per questo ‘nferno tratto, riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto.

DANTE (perplesso): Senti, tu sarai pure fatto, ma…

CIACCO: No! Io sono disfatto, tu sei fatto!

VIRGILIO (tra sé): Non ha tutti i torti…

(Dante gli lancia un’occhiataccia)

CIACCO: Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

DANTE: Ah, mi dispiace, Ciocco…

CIACCO: Ciacco!

DANTE: Ah, sì, Ciucco…

CIACCO: Ciacco!!! (Si volta indignato verso Virgilio, che ha iniziato a contare fino a 100) Uff… io volevo preannunciargli l’esilio, ma questo…

DANTE: Cosa? Come? L’esilio?!

VIRGILIO: Certo che anche a Firenze devi essere molto amato…

DANTE: Scusa… Cecco… Cicco… comunque ti chiami, dimmi qualcosa di più!

(Ma Ciacco si è chiuso in uno sdegnoso silenzio)

VIRGILIO: E’ inutile, ormai riprenderà coscienza solo il giorno del giudizio…

(Riprendono a camminare, giungendo di fronte a un altro guardiano infernale)

VIRGILIO: Ecco, quello è il gran nemico: Pluto!

DANTE: Ma no! E’ così carino il cane di Topolino!

(Virgilio dà un pugno alla parete così forte che la roccia inizia a tremare. Poi fulmina Dante con un’occhiataccia e gli fa cenno di seguirlo. Dante, che non ha capito il motivo della reazione di Virgilio, gli obbedisce per paura di fare la stessa fine della parete)

 

Scena IV

(Davanti agli occhi di Dante e Virgilio si staglia una città con le mura infuocate)

 

VIRGILIO: Guarda! Quella… è la città di… (Fa una pausa drammatica) …Dite!

DANTE (dopo un momento di impasse): Lo devo dire io?

VIRGILIO: Che cosa?

DANTE: Il nome della città!

VIRGILIO: Ma se te l’ho appena detto!

DANTE: Ma no, tu hai detto “dite”! Quindi lo devo dire io?

(Per un attimo Virgilio lancia uno sguardo avido alle mura infuocate della città. All’improvviso, però, appaiono tre donne con capelli di serpenti)

DANTE (sobbalza): Aiuto! Che brutte! Ma chi sono, le tre dis-grazie?

VIRGILIO: Ma cosa dici, sciagurato?! Sono le terribili Erinni!!!

DANTE: Ah… e che fanno di così terribile?

ERINNI: Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto!!!

VIRGILIO (fa girare Dante e gli copre gli occhi): Volgiti indietro e tien lo viso chiuso!

DANTE (che non ha capito niente): Ma… maestro… perché dovrei aver paura di un mollusco?

VIRGILIO (con ghigno sadico, fa per farlo girare): Ci ho ripensato… guarda pure!

(Improvvisamente si sente dall’alto il gorgheggio di Beatrice. Virgilio, pur digrignando i denti, continua a tenere chiusi gli occhi di Dante. Poi lo porta via, e insieme si addentrano nella città di Dite, ricoperta di sepolcri infuocati, dove giacciono gli eretici. All’improvviso Dante si sente chiamare da uno spirito: è Farinata degli Uberti, che fu un capo ghibellino)

FARINATA: O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco.

(Dante, spaventato, si stringe a Virgilio)

VIRGILIO: Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s’è dritto: da la cintola in su tutto ‘l vedrai. (Spinge Dante verso lo spirito) Le parole tue sien conte.

DANTE (annuisce convinto): Non ti preoccupare, maestro! Parlerò come un marchese!

VIRGILIO (perplesso): Beh, non serve arrivare a tanto…

DANTE: Ma… se me l’avevi detto tu!

VIRGILIO (sgranando gli occhi): Cosa ti avrei detto io?!

DANTE (quasi timoroso): A…avevi detto… le parole tue sien… conte… marchese…

VIRGILIO (imbufalito): Intendevo che devi stare attento a quello che dici!!!

DANTE: Ah, ma lo potevi dire subito! (Si rivolge a Farinata) Scusi, signor Castagnaccio…

FARINATA: Farinata!!! (Si volge verso Virgilio che nel frattempo è arrivato a contare fino a 324) Funziona come metodo?

VIRGILIO (tra i denti): A fatica…

FARINATA: No, perché gli volevo dire dell’esilio ma questo…

DANTE: Ah, ma pure tu co’ st’esilio! Ma non è che portate iella qui?! No, perché sa, signor Impepata…

FARINATA: Farinata!!!

(Anche Farinata si chiude in uno sdegnoso silenzio. Virgilio prende Dante per un orecchio e lo trascina via)

 

LA COMMEDIA DIVINA… MA NON TROPPO! (II)

 

Scena II

(Dante e Virgilio giungono nel cerchio dei lussuriosi)

DANTE (vede gli spiriti trascinati da un vento impetuoso): Maestro… cos’è questa tempesta?

VIRGILIO: E’ la punizione di queste anime. La bufera infernal, che mai non resta, mena li spirti con la sua rapina; voltando e percotendo li molesta. E’ la legge del contrappasso.

DANTE (perplesso): E la chitarra?

VIRGILIO (stupito): In che senso?

DANTE: Beh… c’è la legge del contrabbasso… ci sarà anche quella della chitarra…

VIRGILIO (con veemenza): Non ho detto contrabbasso, ho detto contrappasso! E’ la corrispondenza tra la pena inflitta alle anime e le colpe da loro commesse in vita! (Sospira, poi gli indica uno spirito) Vedi quella, per esempio? A vizio di lussuria fu sì rotta, che libido fé licito in sua legge.

DANTE: Lady GaGa!

VIRGILIO: Ma no! È Semiramide! (Sospira, poi indica un’altra anima) Ecco colei che s’ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo.

DANTE: Belen!

VIRGILIO (allarga le braccia, sconsolato): Didone! Didone!

DANTE: Ho capito, Ditone…

VIRGILIO (prende a capocciate la parete rocciosa, poi indica un altro spirito): Vedi Parìs…

DANTE: Hiltòn?

VIRGILIO (cerca di ignorarlo): …Tristano…

DANTE (indicando due anime abbracciate): E quei due chi sono? Mi piacerebbe poterci parlare!

VIRGILIO: Va bene! Ora te li chiamo! (Schiocca le dita e i due spiriti li raggiungono: sono Francesca da Rimini e, dietro di lei, Paolo Malatesta che piange sommessamente)

FRANCESCA: O animal grazioso e benigno…

DANTE: Animale?! Dov’è la bestia?!

FRANCESCA (guarda sconvolta Virgilio, che sospira): Stavo per dire: “Se fosse amico il re de l’universo, noi pregheremmo lui de la tua pace”, ma forse sarebbe meglio chiedere un po’ di senno!

(Dante la guarda smarrito, non avendo capito nulla del discorso)

FRANCESCA: Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘l Po discende…

DANTE (prende appunti): Un momento, prego… La terra… siede… sulla signora Marina… nonna del Po…

FRANCESCA (guarda esterrefatta Virgilio, che allarga le braccia; sospira, poi torna a rivolgersi a Dante): Per aver pace co’ seguaci sui. Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…

DANTE: Amore… che come un topo… (Francesca si gira sconvolta verso Paolo, il quale ha smesso di piangere e ora si sforza di non scoppiare a ridere) impara da un cuore gentile…

FRANCESCA: Impara?!

DANTE (stupito): “Apprende”, no?

FRANCESCA: S’apprende!

DANTE: “Sa prende” nel senso di “riesce a pijà”?

(A Paolo scappa una risata, ma si ricompone quando Francesca lo fulmina con un’occhiataccia)

FRANCESCA (si rivolge a Virgilio): Ci avrei ripensato… non è che si potrebbe tornare alla pena eterna?

VIRGILIO (in tono ironico): Troppo tardi… vi avevo consigliato di non prenotarvi per la sospensione della pena… chi lascia la strada vecchia per la nuova…

FRANCESCA (torna al racconto, in tono irritato): Prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona…

(Dante la fissa attonito)

VIRGILIO: Non preoccuparti… i posteri impazziranno per questo verso!

DANTE: I posteri… quelli che si attaccano sui muri?

VIRGILIO (a Francesca, tra i denti): Ora ce lo attacco io al muro, questo!

FRANCESCA (in tono rassegnato): Mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte. Caina attende chi a vita ci spense.

(Dante alza l’indice della mano destra)

FRANCESCA (sospira): So già che me ne pentirò ma… che c’è?!

DANTE: Questa signora Caina… è la sorella di Abele?

FRANCESCA (trattenendo a stento un’imprecazione): Lo sapevo!

VIRGILIO: Calmati, Francesca… perché invece non racconti al nostro… (Calcando il tono sulla parola) “ospite”… come è nato il vostro amore?

FRANCESCA (sospira, poi mostra a Dante un libro): Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto. Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante.

DANTE: Misero in galera… il libro… col suo autore…

(Francesca tira il libro addosso a Dante, colpendolo in piena fronte)

DANTE: E caddi come corpo morto cade.

 

 

LA COMMEDIA DIVINA… MA NON TROPPO! (I)

 

PROLOGO

Firenze, 1290.

In una fredda serata di primavera, un giovane Dante fa ritorno alla sua dimora, ancora sconvolto dalla partecipazione ai funerali di Beatrice.

Distrutto dal dolore, Dante si corica, continuando a pensare alla donna amata. Sente di essere morto dentro, e gli sembra di sprofondare in un abisso senza fine…

 

ATTO I

Scena I

 

(Nel terzo del cammin de la sua vita

si ritrovò per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita)

 

DANTE: Miii, che pauuura!!!

(Dante avanza nella selva oscura, dove si trova improvvisamente a fronteggiare tre fiere: una lince, un leone e una lupa. In preda al terrore, Dante scorge una figura e si getta ai suoi piedi)

DANTE (implorando): Aiutami, qual che tu sia, od ombra od omo certo!

VIRGILIO: Non omo, omo già fui. Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto nel tempo de li dei falsi e bugiardi. Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d’Anchise che venne di Troia, poi che ‘l superbo Ilïòn fu combusto.

(A Dante brillano gli occhi dalla contentezza. Virgilio si pone un pugno sul torace e gonfia il petto, altero, sorridendo compiaciuto)

DANTE: Omero!

VIRGILIO: Om… Omero?!!!

(La testa di Virgilio inizia a fumare come un vulcano mentre la terra comincia a tremare. Dante indietreggia verso le belve, che gli appaiono più mansuete. Improvvisamente, però, dall’alto si ode un canto di donna: è Beatrice, che con i suoi gorgheggi ricorda a Virgilio la sua promessa)

VIRGILIO (si calma, poi dice tra sé): Sì… è vero… devi stare tranquillo… pensa al premio che ti aspetta…

DANTE: Quale premio?

VIRGILIO: Beh… devi sapere che io ero tra color che son sospesi e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi. E (In tono malizioso) mi ha promesso che mi avrebbe ringraziato personalmente!

DANTE: Beatrice?! Ti ci ha mandato Beatrice?!

VIRGILIO (che inizia a capire cosa lo aspetta): Si… ma ora ti ci mando io!

DANTE: Dove, maestro?

VIRGILIO (con veemenza): All’Inferno!

DANTE: Ah… vabbè, tanto mi ci ha già mandato mezza Firenze…

VIRGILIO (con un ghigno): Intendevo in senso letterale…

DANTE (dopo un attimo di impasse, ride): Divertente, per un attimo ho pensato che dicessi sul serio… (Virgilio sogghigna mentre Dante inizia a rendersi conto di dove si trova) N… non stavi scherzando? (Virgilio fa cenno di no e indica la porta dell’Inferno)

 

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:

fecemi la divina potestate,

la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”

 

DANTE: Ah… bel programmino… ma… sei proprio sicuro che…

VIRGILIO (lo fulmina con un’occhiataccia): Senti… forse non hai ancora capito bene… tu sei il primo da circa 1300 anni che ha l’onore di poter visitare i regni dell’oltretomba… perché non cerchi di fare un minimo di attenzione a ciò che stai per vedere?

DANTE (intuendo che si tratta di qualcosa di importante, tira fuori un taccuino e una penna): Posso prendere appunti? (Virgilio sospira e poi varca la soglia dell’Inferno; Dante lo segue con lo sguardo) Era un sì?

VIRGILIO (tuona): Muoviti!!! (Dante impaurito, lo segue. Virgilio gli mostra gli ignavi) Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa. (Mostra a Dante uno spirito) Ecco colui che fece per viltade il gran rifiuto.

DANTE: Capello?

(Virgilio lo fissa esterrefatto, battendosi una mano sulla fronte. I due poeti raggiungono il fiume Acheronte. Subito compare Caronte sulla sua barca)

VIRGILIO: Ecco Caron dimonio dagli occhi di bragia!

CARONTE: Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

DANTE: Che bello!!! E’ un effetto speciale di Rambaldi?

(Caronte tira il remo colpendo Dante in piena fronte, poi prende da parte Virgilio)

CARONTE: Senti, tu lo sai che io sono disposto a prendere chiunque sulla mia barca: truffatori… assassini… perfino politici! Ma questo no! Non ce la posso fare!

VIRGILIO (sospira): Ma lo sai che donna mi chiamò beata e bella…

CARONTE (con voce quasi supplice): Sì, lo so… però… (Improvvisamente trionfante) ho trovato! (Indica Dante, che si sta tastando il bernoccolo) E’ vivo, qui sopra non può salire!

VIRGILIO (pone una mano sulla spalla di Caronte e dice in tono quasi rammaricato): Credimi, vorrei tanto non dovertelo dire… Caron non ti crucciare (Caronte si getta per terra, urlando e strappandosi i capelli): vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.

(Caronte guarda con odio profondo Virgilio, il quale allarga le braccia e poi sale sulla barca insieme a Dante; compiuta la traversata, i due poeti scendono nell’Inferno vero e proprio)

VIRGILIO (indica a Dante il giudice infernale, Minosse): Guarda! Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia.

DANTE (prende il suo taccuino): Un attimo, maestro… “Stavvi… Minòs… orribilmente… e ming…”

VIRGILIO: Ma no! Ringhia!

CARONTE (pone la mano sulla spalla di Virgilio): Senti… prima ti ho augurato tutto il male del mondo… ma adesso – e non pensavo che avrei mai detto una cosa simile – ti giuro che mi dispiace! Buona fortuna…

(Virgilio sospira e poi volge le spalle a Caronte)

 

“Essere sale e luce”. Incontriamo il cardinal Robert Sarah

Il cardinal Sarah è una delle luci più fulgide nell’oscurità dilagante, e non a caso la prefazione di questo libro è vergata da S. S. Benedetto XVI.
Nelle visioni di Papa Leone XIII e della beata Anna Katharina Emmerick, sembra che questa sia “la vostra ora, l’impero delle tenebre”. Ma Deus Caritas est, e il 2017 è ormai vicino. Preghiamo perché, come ci è stato promesso, trionfi infine il Cuore Immacolato di Maria.

il blog di Costanza Miriano

download

di Costanza Miriano

Amo il cardinal Robert Sarah. Lo amo da quando l’ho intervistato per Rai Vaticano, e non sapevo assolutamente niente di lui, neanche che fosse africano. Sentito il nome, mi stavo preparando  a parlare inglese con un americanone rubizzo, finché non ho fatto qualche ricerca su di lui e ho scoperto che mi potevo rilassare (parla italiano). Lo amo per ogni parola che ha detto in quell’occasione (era stato appena fatto Cardinale), per la sua umiltà e per quella del giovane sacerdote che lo accompagnava. Ho deciso che sarebbe stato un amore per sempre quando gli ho chiesto quale fosse la sua preghiera del cuore, e lui mi ha risposto che il rosario è come una di quelle fasce con cui le mamme si tengono i bambini attaccati al corpo. Il rosario ci tiene attaccati alla Madonna, stretti stretti.

View original post 692 altre parole

Recensione di “Project Nim”

Herbert Terrace with Nim the chimpanzee

L’arroganza del potere, la razionalità contro l’emozione, un cinismo che ignora e calpesta qualsiasi principio morale. Che cosa ci rende umani?

Tutto questo sgorga dalla visione del documentario “Project Nim”, incentrato sugli esperimenti anti-chomskiani condotti dall’equipe di Herbert S. Terrace su uno scimpanzé di nome Nim Chimpsky.

Una storia nata come una favola. La scimmia che impara la Lingua dei Segni, dando una lezione a tutti coloro che definivano il linguaggio umano un “Rubicone mentale” tra gli uomini e gli animali non umani.

Ma un quarto d’ora di celebrità passa in fretta. E i riflettori erano accesi solo sul lato umano di Nim, il quale, come ha riconosciuto la sua prima “madre adottiva”, Stephanie LaFarge, è stato sfruttato senza riguardo per la parte animale. Lo stesso Terrace ha ammesso di aver sempre considerato Nim l’oggetto di un esperimento, condotto senza pensare minimamente alle conseguenze.

Nim cresceva, diventava aggressivo, competitivo. Rivelava la sua natura. Ma lo stesso si può dire di Terrace. Dopo un attacco particolarmente grave da parte di Nim ai danni di una sua assistente, tutto ciò che preoccupava l’erede di Burrhus Skinner erano i possibili danni legali e di immagine. Col pretesto che l’esperimento era fallito, e che “non si può allevare come un umano un animale che potrebbe ucciderti”, Terrace non ebbe scrupoli a rimandare Nim nel centro in cui era nato.

Ma, ormai, Nim non era (più) una scimmia, anche se non era (ancora) un umano. Era un ibrido. Lo scimpanzé che classificava la sua foto come appartenente al gruppo degli esseri umani doveva confrontarsi con i suoi simili, come il bambino-robot di “A.I. – Intelligenza Artificiale”, strappato alla sua esistenza come il protagonista di “12 anni schiavo”.

Ma è morale rinchiudere in gabbia una scimmia cresciuta in una famiglia umana? È etico usarla per test medici invasivi e potenzialmente letali? Non lo era per l’avvocato Henry Herrmann, che infatti ha ritenuto di voler difendere Nim come un cliente umano.

La sua posizione è forse l’unica veramente “umana” di tutto il documentario, a parte quella di Bob Ingersoll, il solo ricercatore ad aver dimostrato un reale attaccamento verso l’amico primate e una sincera preoccupazione per la sua sorte.

Ma la realtà è che Nim ha sempre vissuto in prigione. E non soltanto quando il suo spazio vitale era compresso nei pochi metri di una gabbia, ma fin dall’inizio, quando la sua natura veniva violentata dalla culturalizzazione (“con la lingua aveva qualcosa in meno di quando era veramente se stesso”, ha ammesso Stephanie LaFarge), proseguendo con la socializzazione forzata al Lemsip, per culminare nel Black Beauty Ranch, dove la solitudine era divenuta un malessere grave quasi quanto le torture fisiche.

Questo ci rende umani? La violenza gratuita è parte del nostro DNA?

Le tre fasi per la sperimentazione di un nuovo farmaco prevedono anche i test sugli animali, compresi quelli antropomorfi. Ma non implicano – né giustificano – la crudeltà.

Ed è per questo che, alla fine del documentario, non si può non rimanere con l’amaro in bocca. Perché si può ancora essere convinti che gli uomini siano entità speciali nel mondo della natura, in quanto dotati di anima (per chi crede) o di particolari capacità cognitive. Ma non si può fare a meno di ripetersi la domanda che costituisce il tema chiave de “Il gobbo di Notre Dame”: chi è il mostro e chi è l’uomo?

 

A review for “Project Nim”

 

Herbert Terrace with Nim the chimpanzee

The arrogance of power, rationality vs. emotion, a cynicism which ignores and tramples on any moral principle. What makes us human?

All this springs from the viewing of the documentary Project Nim”, based on the anti-Chomsky experiments carried out by Herbert S. Terrace’s team on a chimpanzee named Nim Chimpsky.

A story which had begun like a tale. The ape which learns Sign Language, teaching all those who called human language a “mental Rubicon” between men and non-human animals a lesson.

But fifteen minutes of fame pass quickly. And only Nim’s human side was in the spotlight… As its first “foster mother” – Stephanie LaFarge – acknowledged, Nim was exploited without any regard for the wild animal in him. Terrace himself admitted he had always considered Nim as the subject of a scientific project, carried out without the slightest thought to the consequences.

Nim was growing up, getting aggressive, competitive. It was showing its nature. But the same can be said for Terrace. After a particularly serious attack by Nim against one of his assistants, what was concerning the heir to Burrhus Skinner was just the possible legal damage – and the one to his brand. Under the pretext of the failed experiment, stating that “you can’t give human nurturing to an animal that could kill you”, Terrace had no scruples about sending Nim back to the institute where it was born.

Now, however, Nim was not an ape (anymore), though it was not a human (yet). It was a hybrid. The chimpanzee which classified its picture as belonging to the group of humans had to face its fellow-beings, like the childlike android of “A.I. – Artificial Intelligence”, snatched from its existence like the main character of “12 Years a Slave”.

But is it moral to shut an ape raised by a human family up in a cage? Is it ethical to use it for invasive (and potentially life-threatening) medical tests? It was not to lawyer Henry Herrmann, who, as a matter of fact, decided he wanted to defend Nim as a human client.

His is perhaps the only really “human” attitude in the whole documentary, apart from the one by Bob Ingersoll, the only researcher who showed a real affection to his primate friend, and a sincere concern about its fate.

But the truth’s that Nim always lived in prison. Not only when its living space was compressed into the few metres of a cage, but from the very beginning, when its nature was raped by culturalization (“He was less, with language, than he was as his unique self”, Stephanie LaFarge admitted), continuing with the forced socialization at Lemsip, culminating at the Black Beauty Ranch, where loneliness had become a malaise almost as serious as the physical tortures.

Does this make us human? Is gratuitous violence part of our DNA?

The three stages to test a new drug also involves animal testing, including experiments on anthropomorphous animals. But they don’t imply – nor justify – cruelty.

That’s why, at the end of the documentary, you can’t but be left with a bad taste in your mouth. Because you can still be convinced that men are special entities in the world of nature, as they’re gifted with a soul (for the believers) or with peculiar cognitive abilities. However, you can’t help but ask yourself the same key question of “The Hunchback of Notre Dame”: who is the monster and who is the man?