Conte ter, che sorpresa! Dopo i “temi”, rispuntano le poltrone…

C’è una novità sulla strada erta e tortuosa che dovrebbe condurre al varo del Conte ter. Una novità che arriva direttamente dal tavolo di lavoro convocato dal Presidente della Camera Roberto Fico con le forze della (ex?) maggioranza rosso-gialla. Riunite, dopo i primi giri di consultazioni, per trovare un’intesa su un programma di Governo che dovrebbe costituire la bussola per il prosieguo della legislatura. Eppure, nonostante l’enfasi sui temi, alla fine, non sorprendentemente, è rispuntato il discorso avito sulle poltrone […].

L’editoriale di stamani.

https://www.romait.it/conte-ter-che-sorpresa-dopo-i-temi-rispuntano-le-poltrone.html

https://www.quiitalia.eu/conte-ter-alla-fine-tutto-cambiera-affinche-tutto-rimanga-come.html

Bilancia della giustizia, il sottilissimo equilibrio che può far cadere Conte

C’è qualcosa di poetico al pensiero che, alla fine, la risoluzione dell’attuale crisi di Governo potrebbe dipendere dalla bilancia della giustizia. Intesa con una duplice accezione, come due sono i caratteristici piatti su cui, nel caso specifico, si pesano i possibili destini del bi-Premier Giuseppe Conte. Che ha tutta una serie di motivi per poter stare renzianamente sereno […].

L’editoriale di oggi.

https://www.romait.it/bilancia-della-giustizia-il-sottilissimo-equilibrio-che-puo-far-cadere-conte.html

https://www.quiitalia.eu/bilancia-della-giustizia-il-premier-conte-al-bivio-con-lo-spettro-della-caduta.html

L’uomo e il tempo

Salvador Dali - La persistenza della memoria.jpg

Forse, gli esseri umani hanno finito per abolire il presente, che ormai esiste solo da un punto di vista metafisico: un soffio che trascorre tanto rapidamente che neppure ce ne accorgiamo, presi come siamo a ricordare il passato e a immaginare il futuro.
Forse, è questo il nostro privilegio – e la nostra condanna: siamo la specie che ha catturato il tempo.

(M. Ciminiello, I pilastri della comunicazione)

Le lacrime di Federer: e la favola continua

Federer in lacrime dopo aver vinto l'Australian Open 2018

Cominciamo dalla fine: perché credo che le lacrime di Re Roger, accompagnate dagli applausi scroscianti del pubblico di Melbourne in delirio, siano state il momento più emozionante di una giornata che definire emozionante è un eufemismo.

Da tempo non ci sono più aggettivi in grado di descrivere il più grande tennista della Storia. Si può solo restare incantati, come davanti al dritto in controbalzo che Federer ha disegnato nel settimo gioco del terzo set: un colpo da videogame, un colpo magico. Il colpo più bello di una finale non bellissima, che in parte ha ricordato, anche nell’andamento, quella di dodici mesi or sono contro Nadal.

Stavolta, dall’altra parte della rete c’era Marin Čilić, per un remake della finale di Wimbledon 2017. Se si esclude il primo set, il gigante croato ha disputato un buon match, trascinando Re Roger al tie-break (poi vinto) nella seconda partita, e soprattutto rimontando all’elvetico un break nel quarto parziale, che poi Čilić ha fatto suo vincendo cinque giochi di fila.

Nel quinto e decisivo set, però, non c’è stata partita: troppo più forte Federer, soprattutto a livello mentale. Troppo vari, troppo eleganti, troppo efficaci i colpi di questo ragazzino che a quasi 37 anni non smette di stupire – prima di tutto se stesso. Un anno fa avrebbe firmato per poter vincere un altro Major e staccare quella quota 17 che dal 2012 sembrava divenuta una maledizione: oggi è arrivato a 20, e non c’è motivo di pensare che debba fermarsi qui.

E’ vero, gli aridi numeri tolgono spazio al romanticismo: ma se si pensa che in un anno Re Roger ha vinto lo stesso numero di Slam dell’intera carriera di Murray e Wawrinka, si può avere un’idea della portata della sua impresa – compiuta peraltro a un’età in cui grandi campioni del passato anche recente avevano già appeso la racchetta al chiodo.

Federer no. Federer si diverte, Federer si reinventa. E, a distanza di quasi 15 anni dal suo primo Major (Wimbledon 2003), Federer continua a dominare. Si è detto che, prima della finale, in questi Australian Open non aveva incontrato “nessuno” – motivo per cui non aveva perso neanche un set. Vero – fino a un certo punto: ma non è colpa del Re se il suo connazionale Stan Wawrinka ha capitolato al secondo turno, più per colpa dei suoi acciacchi che per merito del nomen omen americano Tennys Sandgren; se Alex Zverev ha ceduto di schianto all’altro next gen Hyeon Chung, che per buona misura al turno successivo ha maramaldeggiato anche sui resti di Nole Djokovic; se un Rafa Nadal fin lì quasi impeccabile si è dovuto inchinare agli ormai consueti guai fisici, oltre che alla vena eccezionale di un ottimo Čilić.

E allora via, verso quel pianto che sa di liberazione e schiude l’umanità di un campione infinito – senza limiti e senza tempo. Via verso nuovi traguardi, come il ritorno alla prima posizione del ranking mondiale, che ora è davvero a un passo: e che Federer meriterebbe già di occupare, se non fosse per il demenziale sistema di punteggio dell’Atp che, basandosi anche sui risultati dell’anno precedente, impedisce ai campioni in carica di guadagnare punti anche rivincendo lo stesso torneo – perfino un torneo dello Slam. Con la paradossale conseguenza che il finalista Čilić ha guadagnato più di mille punti (e tre posizioni in classifica), mentre il campione Roger resta inchiodato allo stesso punteggio che aveva prima dell’inizio degli Australian Open.

Forse, però, è solo questione di tempo. Quel tempo – e quella Storia – che il giocatore più forte di tutti i tempi continua a segnare. Quel tempo che, speriamo il più tardi possibile, metterà inevitabilmente fine alla straordinaria favola di Roger Federer: per adesso, però, non vogliamo smettere di sognare!

#BEL1EVE

#ThereIsNoFinishLine

 

 

 

Tra Roger Federer e Gigi Proietti

C’è un sottile filo rosso che avvolge la giornata del 16 luglio 2017. Un filo che si dipana tra Wimbledon e Roma, tra l’Inghilterra e l’Italia. Un filo che sembra sciogliersi per legare le mani del Tempo, per donare a noi comuni mortali un piccolo assaggio di eternità.

La giornata si era aperta benissimo sotto certi aspetti, decisamente meno per altri. E poi è arrivata l’ora fatale. Roger Federer, il Re, the Greatest Of All Time, è tornato a calcare l’erba di Church Road in una finale che sapeva di resurrezione: un anno fa, proprio a Wimbledon, la sconfitta in semi con il futuro runner-up Milos Raonic aveva anticipato l’annuncio di uno stop di sei mesi che a molti era suonato come l’anticamera del ritiro.

Ma King Roger è riuscito, ancora una volta, in un’impresa storica – forse la più grande di tutte: ha fermato il fiume del tempo. Con la costanza, con l’impegno, con l’innata eleganza ha schiantato l’uno dopo l’altro avversari che quando lui iniziava a vincere erano poco più che bambini.

Qualcuno potrà appellarsi anche alla fortuna, materializzatasi sotto forma del lieve infortunio che ha penalizzato il suo avversario Marin Čilić: ma, onestamente, è difficile credere che, se anche fosse stato in perfette condizioni fisiche, il gigante di Medjugorje avrebbe potuto guastare la festa.

Perché di una festa si è trattato: la celebrazione di un Genio dalla classe così cristallina che a volte viene spontaneo chiedersi come faccia a rendere così semplici dei movimenti, dei colpi che ad altri richiederebbero – ognuno – anni di dedizione per affinarli. Un Fenomeno come ne nasce uno ogni (forse) cent’anni, e forse tra cent’anni ci sarà ancora chi ne evocherà il nome con riverenza – e a noi, finché ne avremo la forza, toccherà il compito di dire: “Io c’ero, quel giorno, quando Roger Federer è diventato il più vincente nella storia di Wimbledon”.

Perché ieri, 16 luglio 2017, è stato l’ottavo trionfo nel Tempio del tennis, su un totale di undici finali che rappresentano un altro record per i tornei del Grande Slam. Un trionfo giunto senza perdere neanche un set. Un trionfo che lo proietta ancora di più al vertice della classifica all-time dei vincitori dei Major.

I giardinetti possono attendere, la famiglia può avere un altro po’ di pazienza. Il Re è tornato. E non ha ancora finito di segnare la Storia.

Come non ha finito Gigi Proietti, ormai di gran lunga il più grande attore italiano vivente. Ieri sera ho avuto il privilegio di vederlo interpretare Edmund Kean al Globe Theatre di Villa Borghese. Un’emozione indescrivibile.

A quasi ottant’anni, il Genio romano ha recitato un monologo di quasi due ore rasentando la perfezione. Solo, sul palco che nell’estate capitolina omaggia l’estro di William Shakespeare, ha trascinato un pubblico delirante nell’Inghilterra dell’Ottocento: è stato Edmund Kean (uno dei più grandi attori di tutti i tempi), ma al contempo è stato Otello, è stato Shylock, è stato Amleto, è stato Riccardo III.

Una metarecitazione dall’intensità emotiva inarrivabile; che ha fatto ridere e piangere, commuovere e riflettere; che ha suscitato passioni occulte e dimenticate, che di nuovo eruttavano violente nel palpito selvaggio del cuore.

Vedere dal vivo un Maestro, poterlo contemplare, poter ammirare ogni suo gesto, ogni sua parola – è qualcosa di inenarrabile. E’ come un sogno lungo due ore, che al risveglio ti lascia ancora con la trepidazione con cui ti aveva avvinto – ma che non si può spiegare a chi non l’ha vissuto.

Si può descrivere il bacio della luna, la carezza del vento, la spavalderia di una stella che nella notte ammicca. Ma la stella più fulgida calcava un palco di legno che riproduce quello su cui si esibiva il Bardo.

Una goccia di immortalità. Perché a volte, un Campione può scrivere la Storia. A volte, la Storia può farsi Leggenda. Ma, in rarissimi casi, la Leggenda si innalza ad abbracciare gli astri che col fuoco ne incidono il nome fra i cieli imperituri.

Lunga vita, allora, a voi, Roger e Gigi. A voi sul cui capo fa corona l’alloro che non potrà mai appassire. A voi che vi ergete come pilastri sull’immacolata vetta del Destino. A voi, eroi semplici e inarrivabili, che avete avuto l’ardire di piegare il Tempo.