Fase 2 e Messe, continua il balletto tra Governo e Vescovi

Fase 2 e Messe, questo è il problema. O meglio, il dilemma amletico che, a quanto pare, continua a dividere le pecorelle dai loro pastori. I quali, dopo la dura nota che stigmatizzava i provvedimenti dell’ultimo Dpcm in materia religiosa, sono tornati a genuflettersi di fronte al Governo. Senza capire che la pazienza del popolo cristiano è ormai giunta al limite […].

L’editoriale di oggi.

Fase 2 e Messe, continua il balletto tra Governo e Vescovi

Fase 2 e Messe, così la Cei torna a inchinarsi al Governo

Come va?

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Hume: Credo bene…

*David Hume (1711-1776) è stato un filosofo scozzese, il terzo e il più radicale degli empiristi britannici dopo Locke e Berkeley. Nacque a Edinburgo da una famiglia di nobili origini ma non particolarmente ricca, che auspicava per lui una carriera nell’ambito della giurisprudenza: Hume, però, decise ben presto di dedicarsi alla filosofia.

Nel corso della sua vita, ricoprì vari incarichi politici nelle principali corti europee, che gli consentirono tra l’altro di entrare in contatto con gli ambienti dell’Illuminismo parigino e di conoscere Jean-Jacques Rousseau.

Queste frequentazioni influenzarono notevolmente la filosofia di Hume, orientandolo verso la ricerca di una “scienza della natura umana” – non a caso, la sua opera principale è il Trattato sulla natura umana: a tale scopo, delineò un “modello empirista della conoscenza” che pure finirà per criticare anche la fede illuministica nella ragione.

Hume sostenne infatti che l’unica fonte di conoscenza sia costituita dall’esperienza: tuttavia, secondo il filosofo scozzese la quasi totalità della conoscenza fenomenica non è certa, ma solo probabile (fanno eccezione le conoscenze matematiche). Hume aderì così a una corrente scettica diversa da quella tradizionale – per esempio, rigettò la sospensione del giudizio.

Il filosofo britannico analizzò vari aspetti apparentemente scontati (come l’esistenza del principio di causalità), declassandoli a semplici “credenze”, abitudini necessarie alla vita umana anche perché ormai troppo radicate nella mente dell’uomo: per esempio, per Hume il mondo fisico non è che un insieme di stimoli e sensazioni provenienti dall’esterno che il nostro intelletto trasforma in una determinata idea – ma che, di fatto, cessano di esistere nel momento in cui noi smettiamo di percepirle, anche se abbiamo l’impressione contraria.

Hume si occupò anche di filosofia della religione, assumendo un punto di vista antireligioso che lo portò a considerare la fede come un sentimento irrazionale che non migliora l’uomo a livello morale – anzi, spesso lo peggiora.

Inoltre, si dedicò anche alla questione del libero arbitrio, di cui si discuteva la compatibilità con il determinismo (l’idea che ogni evento sia necessitato dagli eventi precedenti e dalle leggi di natura): Hume negò che la libertà possa essere compatibile con l’indeterminismo – che impedirebbe l’autodeterminazione, rendendo gli eventi del tutto casuali -, sostenendo piuttosto che il libero arbitrio sia compatibile con il determinismo (e aggiungendo che il mondo è deterministico).

David Hume, ormai ricco, morì a Edinburgo a causa di un tumore intestinale. Nel suo testamento, chiese che sulla sua tomba fossero indicati solo il suo nome e le date di nascita e morte, lasciando ai posteri il compito di aggiungere il resto.

Come va?

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Berkeley: Bene, mi sembra…

*George Berkeley (1685-1753) è stato un filosofo, teologo e vescovo anglicano irlandese, uno dei tre grandi empiristi britannici assieme a Locke e Hume. Sostenitore della tesi per cui Dio è l’unica causa della realtà naturale, Berkeley era persuaso che la filosofia dovesse avere come obiettivo quello di confermare e avvalorare la visione della religione.

Concetto fondamentale per la filosofia di Berkeley è l’immaterialismo, la dottrina per cui la materia non esiste al di fuori della mente: gli oggetti che noi crediamo esistere derivano infatti dalle impressioni dei sensi che ci danno una falsa percezione di materialità, come in un sogno; la realtà, però, non consiste che in una serie di idee (particolari, non universali come quelle postulate da Platone) che esistono solo quando vengono percepite da uno spirito umano. Si tratta delle idee di Dio, che le imprime nell’uomo facendo sì che siano percepite come fatti e oggetti corporei. Nella formula di Berkeley, Esse est percipi, ovvero “l’essere (di un oggetto) significa essere percepito”.

Berkeley nega decisamente l’esistenza dei corpi e di qualsiasi sostanza materiale, affermando che non se ne possa inferire l’esistenza a partire dall’esperienza: anticipa così, in qualche modo, la visione scettica di David Hume, rispetto al quale però riconosce l’esistenza di uno spirito infinito (Dio) come causa dell’esperienza. Inoltre, estremizzando la posizione del suo predecessore John Locke, Berkeley rifiuta la distinzione tra qualità primarie (oggettive) e qualità secondarie (soggettive), sostenendo che tutte le qualità siano in realtà secondarie.

La città californiana di Berkeley prende il nome dal filosofo irlandese, così come la famosa Università della California che ha lì la propria sede principale.

Come va?

Mosè

Mosè: Facendo le corna…

*Mosè è stato un profeta israelita, per gli Ebrei il più grande mai esistito. La sua nascita si colloca tradizionalmente nel XIII secolo a.C., in Egitto. I testi biblici raccontano che, in quell’epoca, il Faraone, per evitare l’eccessiva proliferazione degli Israeliti (che stavano diventando troppo numerosi), aveva ordinato di uccidere i neonati maschi degli Ebrei: allora, la madre di Mosè (che aveva già due figli, Miriam e Aronne) nascose il piccolo in una cesta e lo affidò alla corrente del Nilo nella speranza di salvarlo. Casualmente, la cesta venne trovata dalla figlia del Faraone che, commossa dal pianto del bambino, decise di accoglierlo, e gli impose il nome Mosè, che significherebbe “salvato dalle acque” (l’etimologia, però, è controversa).

Mosè crebbe dunque alla corte egizia, assieme al figlio del Faraone, normalmente identificato in Ramses II. Una volta adulto, Mosè si recò al cantiere degli Israeliti dove, per difendere uno schiavo, uccise il sorvegliante egizio che lo stava percuotendo. Ricercato dal Faraone, Mosè fuggì nelle terre di Madian, dove prese in moglie Zippora (o Sefora), che gli diede due maschi: Gherson ed Eliezer.

Un giorno, Dio apparve a Mosè sotto forma di roveto che ardeva ma non si consumava, per annunciare che aveva deciso di liberare gli schiavi ebrei e aveva scelto lui, Mosè, come Sua voce – e guida degli Israeliti verso la Terra Promessa. Mosè non si sentiva all’altezza del compito, anche perché aveva un difetto di pronuncia, così Dio gli affiancò il fratello maggiore Aronne, che era un abile oratore.

Mose si recò quindi dal Faraone (ora, tradizionalmente, Ramses II), che però rifiutò di lasciar partire gli Israeliti. L’Egitto venne allora colpito da dieci piaghe, tra cui l’ultima era la morte di tutti i primogeniti egiziani: a quel punto, il Faraone si risolse a liberare gli Ebrei, che da allora commemorano quel giorno attraverso la festa della Pesah – la Pasqua. Il Faraone, però, si pentì di aver affrancato gli schiavi e, alla testa di seicento carri da guerra, raggiunse gli Israeliti presso il Mare di Giunco (tradizionalmente, ma forse erroneamente, identificato con il Mar Rosso): Mosè allora stese il suo bastone, e le acque del mare si divisero, permettendo agli Ebrei di giungere alla riva opposta. A quel punto, le acque tornarono a unirsi, sommergendo gli Egizi che inseguivano gli Israeliti sui loro carri: non vi fu alcun superstite.

Gli Ebrei giunsero quindi alle pendici del monte Sinai, dove Mosè, salito in cima alla montagna, ricevette da Dio le Tavole della Legge, contenenti i Dieci Comandamenti, che sarebbero dovute essere conservate nell’Arca dell’Alleanza. Mosè restò sul monte per quaranta giorni e quaranta notti, ma gli Israeliti, credendolo morto, chiesero ad Aronne di poter costruire un vitello d’oro che li guidasse verso la Terra Promessa. Aronne non riuscì ad opporsi, e per questo motivo fu condannato a non vedere mai la Terra Promessa. Quando Mosè scese dal monte, distrusse l’idolo, e ordinò a coloro che gli erano rimasti fedele di uccidere gli empi. Questa fu solo la prima di una serie di ribellioni, a causa delle quali il popolo di Israele fu condannato a vagare per quarant’anni nel deserto prima di poter entrare nella Terra Promessa.

Gli Ebrei dovettero affrontare svariate guerre contro numerosi nemici: tali guerre vennero condotte da Giosuè, il futuro successore di Mosè, mentre questi seguiva i combattimenti dall’alto. Ogni volta che il profeta teneva il proprio bastone alzato verso il cielo, gli Israeliti vincevano.

Gli Ebrei dovettero inoltre affrontare varie prove, soprattutto la fame e la sete. Quando finirono le provviste, Mosè pregò Dio, che inviò degli stormi di quaglie per sfamare il Suo popolo. Inoltre, al mattino gli Israeliti trovarono nel loro campo piccoli chicchi di una sostanza resinosa dal sapore di una focaccia al miele. “Man hu?” si chiesero. Ovvero: “Che cos’è?” Da allora, questa sostanza è nota come “manna”. Quando invece furono le riserve d’acqua a scarseggiare, Dio ordinò a Mosè di salire su un monte e parlare alla roccia: ma Mosè, furioso con il suo popolo che continuava a dubitare di Dio, colpì la roccia col suo bastone. L’acqua sgorgò dalla roccia, permettendo agli Ebrei di dissetarsi: ma Mosè fu punito per la sua disobbedienza. Avrebbe potuto vedere la Terra Promessa, ma non vi sarebbe potuto entrare. Morì infatti sul monte Nebo, nel paese di Moab, dopo aver potuto vedere la schiena di Dio.

L’iconografia tradizionale raffigura Mosè con in testa un paio di corna. Probabilmente, ciò si deve a un’errata interpretazione dell’originale del testo dell’Esodo. Nell’ebraico scritto non vengono inserite le vocali, il che può variare il significato e l’interpretazione delle parole. Nel caso in questione, il termine incriminato è il verbo qrn. Il passo biblico riferisce che Mosè, dopo aver ricevuto i Dieci Comandamenti, ignorava che la sua pelle era raggiante (qaran). Quando però San Girolamo tradusse la Bibbia ebraica nella Vulgata latina, optò per la dizione “ignorava che la sua faccia era cornuta” (qeren). In effetti, a volte il viso di Mosè è stato raffigurato con due fasci di luce che, a mo’ di corna, partono dalla sommità del capo, onde unire le due interpretazioni.

Come va?

Noè

Noè: Guardi che mare…

*Noè è stato un patriarca biblico, che Dio volle salvare dal Diluvio Universale in forza della sua rettitudine. La Genesi racconta che Dio chiese a Noè, che allora aveva 600 anni, di costruire un’Arca sulla quale avrebbe dovuto mettere in salvo tutte le specie animali. Una volta terminato il Diluvio, il patriarca sarebbe divenuto il capostipite di una nuova umanità, grazie alla discendenza assicurata dai suoi figli Sem, Cam e Iafet e dalle loro rispettive mogli: segno della rinnovata alleanza tra Dio e gli uomini fu uno sfolgorante arcobaleno. Noè sarebbe poi morto all’età di 950 anni.

La storia del Diluvio è presente in molte culture antiche, anche molto diverse tra loro: per esempio, i Greci ne parlano in relazione al racconto di Deucalione e Pirra, mentre nella mitologia babilonese è l’Epopea di Gilgamesh a riferirsi al catastrofico evento, citando Utnapištim come l’unico essere umano che sarebbe sopravvissuto al Diluvio. Proprio la grande diffusione di questo mito ha suggerito che il Diluvio possa avere un fondamento di verità, anche se probabilmente la tradizione orale ingigantì il racconto prima che venisse fissato attraverso il codice scritto.

Come va?

Geremia

Geremia: Sapesse! Ora le dico…

*Geremia (VII-VI sec. a.C.) è stato un profeta biblico, vissuto negli ultimi anni del Regno di Giuda, che all’inizio del VI secolo a.C. venne conquistato dai Babilonesi guidati da Re Nabucodonosor II. Geremia aveva accusato gli Israeliti di aver tradito l’alleanza con Dio, e li aveva esortati a seguirNe nuovamente i precetti e la volontà: ma il suo messaggio, fortemente impopolare (soprattutto se confrontato con le promesse di prosperità di alcuni falsi profeti), gli attirò l’avversione dei suoi contemporanei, che giunsero a cospirare per ucciderlo – senza riuscirvi.

Personaggio drammatico, grande poeta, Geremia è considerato l’autore del testo biblico che porta il suo nome, nonché del Libro delle Lamentazioni. La prima opera, molto difficile, alterna versi e prosa, oracoli e narrazioni, ed è caratterizzata da frequenti cambi di contesto e perfino di soggetto. Il Libro delle Lamentazioni raccoglie invece una serie di inni poetici che descrivono il profondo dolore per l’assedio e la distruzione di Gerusalemme (587 a.C.), la confusione, la miseria, la fame.

I due testi insistono sull’idea della punizione divina scatenata dai peccati degli Israeliti: il castigo, però, non è fine a se stesso, ma mira a far tornare il popolo ebraico alla fedeltà all’Alleanza, che si compirà definitivamente nella Gerusalemme Celeste.

Come va?

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Giobbe: Non mi lamento, basta avere pazienza.

*Giobbe è stato un antico patriarca, protagonista del Libro biblico che porta il suo nome. In questo testo, Giobbe viene descritto come un uomo giusto, ricco e felice, la cui fede viene duramente messa alla prova: Satana, infatti, sostiene che Giobbe pratichi la sua fede solo per poter mantenere i propri averi, e per questo Dio gli consente di tentarlo in modo molto crudele.

Giobbe perde le sue ricchezze, si ammala gravemente, e deve sopportare la scomparsa dei sette figli e delle tre figlie, tutti uccisi nel crollo di una casa. Ciononostante, Giobbe rifiuta di accusare Dio delle proprie disgrazie, come avrebbero voluto sua moglie e alcuni suoi amici. Si pone però il problema della teodicea, la giustizia divina, che dovrebbe colpire i malvagi e premiare i giusti. Giobbe, infatti, non riesce a spiegarsi il senso delle sue sofferenze, e maledice il giorno della propria nascita.

Alla fine, però, è Dio stesso a spiegare a Giobbe che non si può giudicare l’operato divino con i criteri umani, e che l’uomo può trovare una risposta al Male e al dolore solo affidandosi a Lui. Infine, restituisce a Giobbe i beni che aveva posseduto, moltiplicandoli enormemente, e gli dona di nuovo sette figli e tre splendide figlie.