Caso Dj Fabo, l’assoluzione di Cappato e l’eutanasia della giustizia

Il crudo fatto è questo: Marco Cappato, esponente dei Radicali (cui vanno le nostre più sentite condoglianze per la scomparsa della madre), è stato assolto dalla Corte d’Assise di Milano dall’accusa di aiuto al suicidio in relazione al caso Dj Fabo «perché il fatto non sussiste». La sentenza si riferisce all’ormai arcinoto caso di Fabiano Antoniani che, rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale, nel febbraio 2017 venne accompagnato dal tesoriere dell’associazione Luca Coscioni a morire in una clinica svizzera […].

L’editoriale di oggi.

https://www.romait.it/m/articoli/30229/caso-cappato-ecco-i-nefasti-effetti-di-una-sentenza-ideologizzata

Caso Dj Fabo, l’assoluzione di Cappato e l’eutanasia della giustizia

Roma, nella notte più nera muore un ragazzo di 24 anni. Troppi morti a Roma

Nella sua notte più nera, la Città Eterna si è riscoperta una Roma violenta. Come se non fossero bastati casi che hanno avuto anche un’importante risonanza mediatica, come se gli agguati al nuotatore Manuel Bortuzzo o al musicista Alberto Bonanni fossero stati anche inutili, oltre che assurdi. E così il sangue è tornato a scorrere per le strade della Capitale, che ora piange uno dei suoi figli, vittima di un’oscurità che non lascia alcuna buona azione impunita […].

L’editoriale di oggi.

https://www.ilquotidianodellazio.it/m/articoli/35834/roma-nella-notte-piu-nera-muore-un-ragazzo-di-24-anni-troppi-morti-a-roma?

Roma, la notte più nera. Due aggressioni, muore personal trainer 24enne

Suicidio assistito, la sentenza “radicale” della Consulta

C’è una sottile distinzione tra eutanasia attiva (la somministrazione di un farmaco atto a dare la morte), eutanasia passiva (sostanzialmente la sospensione delle cure, se non fosse che ultimamente si considerano tali anche nutrizione e idratazione) e suicidio assistito (con cui si forniscono a chi vuole lasciare questo mondo i mezzi per poterlo fare) […].

Nuovo articolo.

https://www.ilquotidianodellazio.it/articoli/35255/suicidio-assistito-la-sentenza-radicale-della-consulta

Suicidio assistito, la sentenza “radicale” della Consulta

La natura dell’Inferno

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“Il dolore genera l’odio, ed il risentimento, che ci allontanano dalla Via che il Cielo ha tracciato per noi. Ci sentiamo confusi, perduti, traditi, ed è allora che gridiamo al Signore tutta la nostra disperazione: perché ci hai abbandonato?

E non ci rendiamo conto che in realtà siamo noi ad allontanarci da Lui, che Cristo cammina sempre accanto a noi e che siamo noi a non voler ascoltare la Sua voce, il grido che Egli lanciò dalla Croce, e che ora rivolge alla nostra anima: lemà sabactanì?”

(M. Ciminiello, Astragon – L’Era del Drago).

 

Anche se non è mai elegante autocitarsi, qualche giorno fa mi è tornato alla memoria questo passo: e mi è venuto in mente che potrebbe contenere un indizio circa la natura dell’Inferno.

Su questo luogo-non luogo si è detto tutto e il contrario di tutto; alcuni, come i Testimoni di Geova, pensano che non esista; altri, come la maggior parte dei teologi cristiani, credono che sia un luogo fisico – un luogo di dannazione eterna; i teologi ortodossi ritengono che sia una condizione reale, ma limitata nel tempo; infine, vi è chi sostiene che si tratti di una realtà effettiva – ma che sia vuoto.

La mistica novecentesca Maria Valtorta, autrice de L’Evangelo come mi è stato rivelato, riferisce che Gesù le ha confidato che, «se l’Inferno non fosse già esistito, ed esistito perfetto nei suoi tormenti, sarebbe stato creato per Giuda ancor più orrendo ed eterno» (Vol. 10). Queste parole confermerebbero l’esistenza dell’Inferno – ma non specificano quale ne sia la natura.

Personalmente, sono persuaso che l’Inferno sia qualcosa di più che il Regno delle tenebre e del fuoco eterno: credo che sia il segno del nostro allontanamento da Dio. Ogni volta che voltiamo le spalle a Lui, alla Sua parola, alla Sua salvezza, scaviamo una piccola porzione del nostro personale Inferno: e, se l’anima per sua natura anela al Sommo Bene e alla Somma Felicità, a consumarla come il più tremendo degli incendi è il dolore, autoinflitto, della distanza dall’Infinito Amore a cui tende. Come infatti sosteneva il grande G. K. Chesterton, «l’uomo non può amare le cose mortali. Può amare solo, per un istante, le cose immortali» (Eretici).

Il nostro disagio, la nostra sofferenza terrena si riflettono allora nella ferita che solo il Medico dell’anima può sanare: Medico che a Sua volta è tormentato dai nostri tormenti, poiché, essendo contemporaneamente «Colui che ama, Colui che è amato e l’Amore stesso» (M. Ciminiello, Astragon – L’Ombra dell’Aurora), non può che struggerSi per la nostra infelicità. Questo è forse il senso dell’intuizione di Nietzsche, quando affermò che anche Dio ha il Suo personale Inferno: il Suo amore per gli uomini (Così parlò Zarathustra).

Proprio per questo, Dio non Si arrenderà mai, con nessuno di noi: poiché «non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18, 14). Se poi saremo noi ad abbandonare le Sue vie, facendo violenza alla nostra stessa natura, noi stessi edificheremo il nostro Inferno: e la nostra pena deriverà proprio dal fatto che, a quel punto, saremo pienamente consapevoli di ciò che avremo perso – ma non potremo più farci niente.

Come va?

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Giobbe: Non mi lamento, basta avere pazienza.

*Giobbe è stato un antico patriarca, protagonista del Libro biblico che porta il suo nome. In questo testo, Giobbe viene descritto come un uomo giusto, ricco e felice, la cui fede viene duramente messa alla prova: Satana, infatti, sostiene che Giobbe pratichi la sua fede solo per poter mantenere i propri averi, e per questo Dio gli consente di tentarlo in modo molto crudele.

Giobbe perde le sue ricchezze, si ammala gravemente, e deve sopportare la scomparsa dei sette figli e delle tre figlie, tutti uccisi nel crollo di una casa. Ciononostante, Giobbe rifiuta di accusare Dio delle proprie disgrazie, come avrebbero voluto sua moglie e alcuni suoi amici. Si pone però il problema della teodicea, la giustizia divina, che dovrebbe colpire i malvagi e premiare i giusti. Giobbe, infatti, non riesce a spiegarsi il senso delle sue sofferenze, e maledice il giorno della propria nascita.

Alla fine, però, è Dio stesso a spiegare a Giobbe che non si può giudicare l’operato divino con i criteri umani, e che l’uomo può trovare una risposta al Male e al dolore solo affidandosi a Lui. Infine, restituisce a Giobbe i beni che aveva posseduto, moltiplicandoli enormemente, e gli dona di nuovo sette figli e tre splendide figlie.