Sliding Doors e la meccanica quantistica

In molti conosceranno e ricorderanno Sliding Doors, film del 1998 che vedeva come assoluta protagonista Gwyneth Paltrow. Molti meno, probabilmente, saranno coloro che sono ferrati in meccanica quantistica – anche se magari saranno appassionati di The Big Bang Theory.

Ma a volte il Cinema può aiutare la Scienza. E avvicinarla a coloro che, magari, l’avrebbero altrimenti sentita come fredda e distante.

La meccanica quantistica è la teoria che descrive il comportamento degli atomi e delle particelle subatomiche. Fondamento della fisica moderna, la meccanica quantistica lascia spazio a diverse interpretazioni per quanto riguarda l’essenza del cosmo e della natura.

Una delle difficoltà riguarda il fatto che i fenomeni descritti dalla meccanica quantistica non sono caratterizzati da relazioni causa-effetto (per cui un evento è conseguenza di un altro), bensì da relazioni probabilistiche. L’elettrone, per esempio, viene rappresentato con una funzione – detta “funzione d’onda” – che dipende dalle coordinate spaziali e dal tempo: il significato di tale funzione, tuttavia, non è altro che la probabilità che l’elettrone occupi una determinata posizione nello spazio a un determinato istante.

L’applicazione dei princìpi della meccanica quantistica a dei sistemi macroscopici può dare risultati paradossali, come ha dimostrato l’esperimento mentale detto, appunto, “paradosso del gatto di Schrödinger”. In questo esperimento, il fisico austriaco Erwin Schrödinger immaginò di chiudere un gatto in una scatola assieme a una sostanza tossica, che inizialmente è sigillata ma a un certo punto, del tutto casualmente, verrà liberata.

Ciò significa che, finché la scatola non viene aperta, il gatto a ogni istante ha la stessa probabilità di essere vivo e di essere morto: ovvero, in base ai princìpi quantistici è contemporaneamente sia vivo che morto.

Questo caso sconcertante serve a porre l’attenzione su un particolare aspetto: l’esistenza di possibilità alternative. Nel caso dell’esperimento mentale di Schrödinger, le alternative sono che il gatto sia vivo o sia morto: e, a seconda di quale dei due eventi si verifica (e anche dell’interpretazione della meccanica quantistica considerata), il destino dell’intero universo potrà essere completamente differente.

Ricorda qualcosa? È esattamente il principio alla base di Sliding Doors.

Nel film di Peter Howitt, la protagonista Helen Quilley (Gwyneth Paltrow) vive due vite parallele e indipendenti a seconda che riesca o meno a prendere la metropolitana. Questo semplice evento dà luogo a due differenti dimensioni nelle quali il destino di Helen prende strade completamente diverse.

Ora, si immagini che i due eventi “Helen prende la metropolitana” e “Helen non prende la metropolitana” abbiano la stessa probabilità di verificarsi. La domanda diventa: quale dei due si verifica? O meglio ancora, non potrebbero verificarsi entrambi?

Secondo la principale interpretazione della meccanica quantistica (l’interpretazione di Copenhagen), la risposta è no. Questa ipotesi, infatti, prevede che, una volta che sia accaduto un determinato evento, la probabilità che si verifichi l’alternativa si annulli. Quindi, se Helen prende la metropolitana, non c’è più alcuna possibilità che si verifichi l’evento opposto “Helen non prende la metropolitana”: così come, se il gatto di Schrödinger è vivo, non c’è possibilità che sia morto.

Questa interpretazione è certamente vicina al senso comune, ma ha un grosso limite: deve postulare che la funzione d’onda che descrive un intero universo (quello alternativo) si riduca a zero, cioè collassi. E ciò dovrebbe accadere ogni singola volta che si verifica un evento in grado di ramificare l’universo – il che crea a molti scienziati notevoli imbarazzi.

Esiste però un’altra interpretazione, che è in grado di rimuovere il problema del collasso della funzione d’onda: è l’interpretazione a molti mondi. Secondo tale teoria, ogni evento è comunque un punto di diramazione, ma i rami dell’universo sono ugualmente reali – pur non potendo interagire fra loro. Nel caso di Sliding Doors, vuol dire che ci sarà un universo in cui Helen ha preso la metropolitana, e un altro (completamente separato) in cui Helen non ha preso la metropolitana: e i due universi sono ugualmente reali.

Interpretazione a molti mondi.png

È il principio alla base di quello che è stato definito “multiverso”, ovvero l’esistenza di dimensioni parallele al di fuori del nostro spaziotempo. Naturalmente, è molto più difficile immaginare che possano esserci altri universi al di fuori del nostro, il che rende l’interpretazione a molti mondi più lontana dal senso comune. Ma c’è un fatto che potrebbe forse far propendere per questa ipotesi – un fatto su cui vale almeno la pena riflettere: l’universo, a partire dal Big Bang, è in continua espansione, come dimostrato già da Edwin Hubble negli anni ’20 del secolo scorso. Ebbene, se non c’è nulla oltre il nostro universo, in cosa si sta espandendo?

Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

Pirates of the Caribbean - Dead Men Tell No Tales

I morti non parlano. Questa è la rassicurante minaccia che riecheggia costante per tutta la prima parte di Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar, quinta pellicola del fortunato franchise che vede come protagonista Johnny Depp, di nuovo nei panni dell’iconico capitan Jack Sparrow.

Un po’ meno protagonista del solito, per la verità – e questa forse è una delle principali note stonate del film, che per il resto mostra di aver imparato certe lezioni: sia rispetto alla vacuità del suo immediato prequel, che agli emicranici intrecci della coppia di pellicole successiva a La maledizione della prima luna (che resta il vero capolavoro della saga).

Questa volta, capitan Sparrow appare troppo dipendente dai suoi compagni d’avventure, per l’occasione costituiti da Henry Turner (Brenton Thwaites), giovane e testardo erede delle vecchie conoscenze Will Turner ed Elizabeth Swann; e Carina Smyth (Kaya Scodelario), un’astronoma che viene scambiata per strega dal primo all’ultimo minuto, e che sembra la fotocopia più affascinante e saccente del personaggio di Keira Knightley.

I morti non parlano. E’ il messaggio, che riecheggia il titolo originale della pellicola (Dead Men Tell No Tales), affidato al giovane Turner dall’antagonista di turno, il capitano spagnolo Armando Salazar (Javier Bardem, che si fa notare più che altro per il modo in cui i suoi capelli si alzano al rallentatore), per gli amici e soprattutto per i nemici il “Macellaio del Mare”. Guarda caso, il messaggio è diretto a Jack che, molti anni prima, lo aveva uccellato e reso inoffensivo anche grazie all’ausilio magico-geografico di un luogo ameno noto come “Triangolo del Diavolo”.

Anche se per una volta capitan Sparrow non sembra deliberatamente in cerca di guai (benché affermi che questo è un “orribile stile di vita”), viene risucchiato nell’usuale pletora di trame e sottotrame in cui tutti hanno lo stesso obiettivo e ognuno ha diverse motivazioni. Il bersaglio comune è il Tridente di Poseidone, un perduto artefatto incantato in grado di spezzare ogni maledizione del mare.

Henry lo vuole per liberare suo padre dall’Olandese Volante, e a tale scopo stringe un patto con Carina, la quale ha fatto di un particolare diario, contenente “la mappa che nessuno sa leggere” (che conduce al Tridente e che lei, guarda caso, riesce a leggere), la sua missione di vita: questo diario è l’unico ricordo tangibile che la ragazza ha del padre che non ha mai conosciuto (l’idea sarebbe rivelarne l’identità nel finale, il problema è che si capisce con largo anticipo). A complicare ulteriormente il quadro vi sono Barbossa (un sempre straordinario Geoffrey Rush), le cui mire mutano con la stessa velocità con cui Ibrahimovic cambia squadra, e un’inutile e per fortuna fugace comparsata della flotta britannica, abbagliata dall’idea di poter dominare i mari.

E poi, naturalmente, c’è Jack. Che in questo bailamme deve sfuggire alla vendetta di Salazar. A un certo punto, infatti, non solo i morti parlano, ma prendono rapidamente il comando del mare: cercano – come rivela una “vera” strega – una perla, una ragazza, e un passero (sparrow nell’originale).

A questo punto, come da tradizione, gli accordi sotterranei si moltiplicano, si fanno e si disfano, ma in modo molto più lineare e meno cervellotico, perciò più gradevole soprattutto rispetto a Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo: il che rende l’intreccio molto avvincente, evitando al contempo allo spettatore le cefalee dovute allo sforzo di provare a seguire il gioco delle alleanze.

Le sequenze che si dipanano nell’ultima parte della pellicola sono di grande impatto emotivo, anche grazie alla splendida colonna sonora di Geoff Zanelli – per l’occasione sostituto di Hans Zimmer.

Ma non è l’unica trovata che merita. Johnny Depp ringiovanito per esigenze di flash-back è una goduria per le sue ammiratrici. I fan della prima ora possono festeggiare i cameo di Orlando Bloom e Keira Knightley (e l’insolito mutismo di Elizabeth, visto che la voce della sua doppiatrice italiana è l’aspetto più fastidioso del personaggio). A ciò si può aggiungere un terzo cameo, quello di Paul McCartney che, sulla scia di Keith Richards, veste i panni di un avo di capitan Sparrow – nello specifico, l’omonimo zio Jack.

Una pecca (oltre a quelle già citate en passant), che un appassionato della saga non può non notare, riguarda un clamoroso buco nella trama riguardante la bussola che punta verso il luogo dove si trova ciò che più desidera il suo possessore.

In fin dei conti, comunque, La vendetta di Salazar può non essere un capolavoro assoluto, ma forse non merita neppure la pioggia di critiche che ha ricevuto.

Un consiglio finale: rimanete fino alla fine dei titoli di coda. Perché è vero, i morti non parlano. Ma nella saga di Pirati dei Caraibi, stiamo attenti a dare per scontato che intendano riposare in pace.

Fast and Furious 8

Fast and Furious 8

Mettere d’accordo allo stesso tempo me, mia sorella e mio fratello è un’impresa che non ha nulla da invidiare alle dodici fatiche di Ercole. Ecco perché il fatto che Fast & Furious 8 (The Fate of the Furious) ci abbia lasciati tutti entusiasti può già dare un’idea di quanto spettacolare sia la pellicola diretta, per l’occasione, da Felix Gary Gray.

Ottavo film del fortunato franchise, e primo in cui l’assenza del povero Paul Walker non è purtroppo dovuta a esigenze sceniche, Fast & Furious 8 non ci ha risparmiato le corse e le scazzottate, i muscoli e il sex appeal che sono ormai il marchio di fabbrica della saga: tuttavia, nella continua esigenza di reinventarsi lo sceneggiatore Chris Morgan ha dato vita a un intreccio elettrizzante, che per tutto il tempo continua a intrecciarsi senza pause, tra colpi di scena mozzafiato e trame sotterranee che fanno a spallate con piani palesi – o che tali sembrano solamente.

Ci avevano lasciati col cuore sanguinante, mentre la macchina di Brian O’Conner volava verso il cielo con il sottofondo strappalacrime di See You Again. Ci vuole poco perché la luna di miele che Dominic Toretto (Vin Diesel) sta trascorrendo a Cuba con la sua Letty (Michelle Rodriguez) venga turbata dalla misteriosa presenza di una femme fatale (impersonata da una Charlize Theron che, nei giorni scorsi, ha molto ridimensionato l’importanza del bacio che ha scambiato col protagonista) che, forse in omaggio a Matrix, si fa chiamare Cipher.

A partire da questo incontro si sviluppa una trama appassionante che ruota attorno all’inspiegabile tradimento di Dom nei confronti della sua Famiglia. Tradimento autentico? E se sì, cosa può aver spinto Toretto a un passo così inaudito?

E’ quanto la sua (ex?) squadra deve cercare di capire, arruolando per l’occasione un vecchio nemico come Deckard Shaw (Jason Statham), che ha a sua volta dei conti in sospeso con Cipher. L’interazione di Shaw con Luke Hobbes (Dwayne Johnson, a.k.a. The Rock), fatta di continue minacce e controminacce, è senza dubbio la parte più divertente della pellicola, e prova ne è che la battuta più spassosa del film non viene per una volta pronunciata da Tej Parker (Ludacris) o Roman Pearce (Tyrese Gibson), ma proprio da Hobbes: ed è talmente esilarante che neppure Shaw riesce a trattenere le risate, malgrado si trattasse dell’ennesima minaccia ai suoi danni (“I’m gonna knock your teeth so far down your throat you’ll have to shove a toothbrush up your ass to brush ‘em!”).

Il resto è pura adrenalina, condita dall’ironico realismo di Mr. Nobody (Kurt Russell), dai tentativi di rapida crescita del suo giovane collega Little Nobody (Scott Eastwood), e dai cameo di Luke Evans (di nuovo nel ruolo di Owen Shaw) e soprattutto di una straordinaria Helen Mirren (in una parte che sembra disegnata da Chuck Lorre).

In attesa di vedere come finirà il confronto titanico tra Famiglia e Capofamiglia, due ultime considerazioni. La prima riguarda la presenza di un nuovo, doveroso e forse ancora più emozionante omaggio a Paul Walker – o meglio, al personaggio che interpretava.

La seconda è che non c’è niente da fare. Vin Diesel e Dwayne Johnson ci possono provare, possono fare i duri o i simpatici, mostrare i muscoli o concedersi inediti attimi di tenerezza: ma il più fico oltre la legge, come è inevitabile quando c’è lui di mezzo, resta sempre Jason Statham.

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali

Con colpevole ritardo, ho finalmente visto Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, il film che Tim Burton ha tratto dal best seller di Ransom Riggs Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children. Un libro che sembrava scritto apposta per il regista californiano, il quale, pur dicendosi affascinato dalle immagini gotiche dell’opera letteraria, ha comunque evitato la trappola di un adattamento cinematografico puntuale in favore di una narrazione che lasciasse libero il suo peculiare (è il caso di dirlo) genio di spiegare le proprie ali.

Il problema è che, proprio come gli era accaduto nei suoi ultimi lavori, anche in questo sembra che Tim Burton si tarpi le ali da sé. Non si discute qui la passione del regista, che tra l’altro ha dichiarato di identificarsi molto nei ragazzi protagonisti del suo lavoro (superpoteri a parte): forse, però, definire Miss Peregrine il suo miglior film degli ultimi anni, come è stato fatto in occasione del lancio della pellicola, è appena appena esagerato – così come eccessiva è stata sicuramente l’aspettativa che un simile slogan ha creato intorno al film senza che, in effetti, ce ne fossero tutti i presupposti.

Non è in discussione neppure la prova recitativa degli interpreti, almeno di quelli principali. Asa Butterfield, se mai ce ne fosse stato bisogno, conferma ulteriormente di essere di gran lunga il miglior attore della sua generazione, anche se il difficile arriverà ora che ha compiuto vent’anni. Eva Green (che solo la campagna pubblicitaria poteva spacciare per protagonista), ancorché limitata dal ruolo a una fissità espressiva, dimostra ancora una volta di essere un’interprete magnifica, dal talento magnetico – anche se permane il dubbio che Tim Burton la veda più che altro come surrogata di Helena Bonham-Carter. E Samuel L. Jackson dà prova, una volta di più, di essere un attore a tutto tondo, eclettico e straordinariamente iconico (peraltro, il suo personaggio è stato creato appositamente per la pellicola).

Chi non si capisce bene perché abbia accettato la parte è Judi Dench, una leggenda vivente costretta in una particina insignificante, come se un transatlantico extralusso fosse obbligato a navigare in una pozzanghera.

In definitiva, il film vive molto più di immagini che di contenuto, e fa più affidamento sulla fotografia che sulla sceneggiatura – il che suscita un senso di incompiutezza che lascia davvero l’amaro in bocca. La stessa sensazione acre che induce il pensiero di quale capolavoro avrebbe potuto creare il genio di Tim Burton, se avesse potuto dirigere Miss Peregrine con un ventennio d’anticipo.

Suicide Squad 

Prima le cose importanti. Suicide Squad è un bel film, fumettistico – perciò irrealistico dalla prima all’ultima battuta, ma forse anche per questo godibilissimo: il non senso, infatti, è completamente funzionale all’evasione dalla realtà, che è l’obiettivo e la cifra di questo genere di pellicole.

Will Smith (Deadshot) e Margot Robbie (Harley Quinn) rubano nettamente la scena – e volendo anche l’occhio, mescolando follia e ironia, con un tocco di sentimentalismo che non si fa mai melenso.

Il Joker di Jared Leto è meno irritante di quanto si potesse temere, pur restando un bel po’ di spanne sotto quello magistrale di Heath Ledger – ma anche sotto l’interpretazione di Cameron Monaghan in “Gotham”.
Le vere note dolenti, però, sono rappresentate dal personaggio di Capitan Boomerang, simpatico come un calcio nei genitali, e soprattutto dalla presenza di Batman, seppure limitata a pochissime scene (non è che si pretende il ritorno di Christian Bale, ma non sarebbe male un attore vero al posto di Ben Affleck…).

Nel complesso, comunque, i pregi superano di gran lunga i difetti. Non ci resta quindi che attendere l’annunciato sequel.